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Nulla nostro che sei nei cieli (post tacadizo(*))

Riprendo la lezione di Lawrence Krauss.

Espanderò un po’ qua e un po’ là, semplificherò, azzarderò.

(*) sticky in triestino.

*

La trascriverò in blu.

Poesia

Paesaggio distrutto con
barattoli di latta, gli ingressi delle case
vuoti, che cosa c’è dentro? Sono arrivato

qui col treno di pomeriggio,
due pentole legate
alla valigia. Ora sono

uscito dai sogni che soffiano
oltre un incrocio. E polvere,
pavana disintegrata, di neon

morto, giornali e binari
di questo giorno, che cosa rimedio ora,
un giorno più vecchio, più profondo e morto?

Chi ha detto che una cosa così
sia vita? Io vado
in un altro blu.

Rolf Dieter Brinkmann

*

Richard Dawkins:

Questo è il secondo dei dialoghi sponsorizzati da RDF. Qualche anno fa ero ad una conferenza, nella parte delle domande finali, e di solito non mi vengono rivolte domande ostili se non quelle poste da gente religiosa, che si possono affrontare molto facilmente, ma poi mi è stata rivolta una domanda ostile che non era così facile da affrontare, era una domanda molto ingegnosa e difficile e ho pensato: Chi è questo qui? Si è rivelata come una di quelle domande del tipo “Sono ateo, ma”, che sono sempre le più difficili da trattare, ed era ovviamente Lawrence Krauss. Non l’ho trattato molto bene all’epoca, ma da allora siamo diventati amici stretti e ho un rispetto enorme per quello che sta facendo nel campo della divulgazione scientifica, il campo che da poco non esercito più. È un fisico illustre, autore di molti libri, si interessa anche di scienza in generale e della promozione della comprensione della scienza in generale. Si è recentemente trasferito in Arizona per avviare quella che ritengo essere un’iniziativa molto interessante. È direttore associato del centro Beyond e codirettore dell’iniziativa Cosmology e direttore dell’iniziativa Origins all’università dell’Arizona. Quindi lo studio delle origini, le origini di tutti i tipi, dalle origini dell’universo alle origini della vita e di qualsiasi cosa possibile, che iniziativa incredibilmente entusiasmante da avviare all’università. Sono felicissimo che Lawrence oggi ci parli. Vi prego di dargli il benvenuto.

*

In principio Dio creò il cielo e la terra. Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.

Bibbia, Genesi

*

Cosa faceva Dio prima di fare il cielo e la terra ?

Un vanitoso

*

Come gli venne l’idea di fare qualcosa, mentre prima non aveva fatto mai nulla?

Un altro vanitoso

*

Alle suddette domande un berbero, in italiano moderno un extracomunitario, risponde togliendone il presupposto stesso, eliminando cioè la nozione di “prima” rispetto alla genesi del mondo e, non senza una punta di stizza, facendo cominciare il tempo assieme allo spazio:

Concedi loro, Signore, di riflettere bene a come parlano, e di scoprire che non si parla di un mai là dove non esiste tempo. Dire: “Non aveva fatto mai nulla”, non equivale forse a dire che non aveva fatto nulla in nessun tempo? Comprendano quindi che non esiste alcun tempo senza creato, e cessino di dire vanità come queste. Volgano la loro attenzione anche verso le cose che stanno innanzi, e capiscano che tu sei prima di tutti i tempi, eterno creatore di tutti i tempi; che nessun tempo è coeterno con te, come anche nessuna creatura, sebbene ve ne siano di superiori al tempo.

Agostino, Confessioni, Libro XIII

*

Lawrence Krauss:

Grazie. Riuscite a sentirmi ora? Riuscite a sentirmi ora? Ok, bene. Grazie, Richard. Veramente, lasciatemi dire che la mia amicizia con Richard è stata speciale in molti sensi, ogni volta che stiamo assieme mi fa pensare in modo leggermente diverso, spero che valga vicendevolmente, ed è un vero piacere, un onore essere qui. Richard mi ha chiesto di parlare di cosmologia e quando ho spiegato alla signora dell’organizzazione quello di cui avrei parlato e ho proposto diversi titoli, lei ha pensato che fossero deprimenti e allora ha detto: perché non “Siamo tutti fottuti”?, ma ho deciso di non usare quel titolo.

Ho messo questa citazione qui, mi piacciono le citazioni quando introduco qualcosa da leggere, mi è in qualche modo utile:

Il mistero iniziale che accompagna ogni viaggio è in primo luogo come il viaggiatore ha raggiunto il suo punto di partenza? – Louise Bogan, Viaggio intorno alla mia stanza.

Voglio parlare della nostra moderna visione della cosmologia e del modo in cui ha cambiato la nostra visione dell’universo, del passato e del futuro e in qualche modo del modo in cui questa visione è chiaramente straordinaria e molto più straordinaria che nelle fiabe inventate nelle situazioni più religiose. Ma il punto chiave è il mistero. Questa è una delle cose che rende la scienza così speciale, credo: è il fatto che la scienza ama i misteri, agli scienziati piace non sapere, è la parte cruciale della scienza, l’entusiasmo di imparare com’è l’universo. E poi, di nuovo, è così diverso dall’aspetto sterile della religione, dove l’entusiasmo sembra essere quello di sapere tutto, nonostante chiaramente non si sappia niente. Questa è una delle ragioni per cui ho messo qui questa citazione.

*

Il Catechismo della Chiesa Cattolica riconosce i contributi fondamentali della scienza, salvo però omettere di trarne le conseguenze per ritornare ancora e sempre al Creatore, al quale – con la finezza di ragionamento non privo di ironia di cui solo chi resiste temporalmente da millenni è capace – gli studiosi dovrebbero essere grati:

“La questione delle origini del mondo e dell’uomo è oggetto di numerose ricerche scientifiche, che hanno straordinariamente arricchito le nostre conoscenze sull’età e le dimensioni del cosmo, sul divenire delle forme viventi, sull’apparizione dell’uomo. Tali scoperte ci invitano ad una sempre maggiore ammirazione per la grandezza del Creatore, e a ringraziarlo per tutte le sue opere e per l’intelligenza e la sapienza di cui fa dono agli studiosi e ai ricercatori”.

*

Alcune fiabe però sono più belle di altre. I Fulbe del Mali, ad esempio, un popolo di pastori, la vedono così:

All’inizio c’era un’enorme goccia di latte.

Nella stessa pagina si dice anche che i Pangwa della Tanzania credono che il mondo sia nato dalla cacca delle formiche.

*

Ne approfitto per dire a quelli che cercano il commento a No man is an island che non mi pare serva un commento e che comunque qui non lo troveranno mai. E posso dire mai perché c’è il tempo.

*

Voglio parlarvi di un racconto del mistero.

GC47TU

Ammasso globulare 47 Tu (eso.org)

Ora abito a Phoenix e la gente sa cosa sono queste, ma quando vivevo a Cleveland dovevo dire alla gente che queste erano stelle. Questa è una fotografia di un ammasso globulare ed è una cosa bellissima in una bella notte di cielo terso, ma quello che voglio dirvi è che la nostra visione ha cambiato il nostro universo così tanto che la materia veramente importante non sono le stelle e le galassie, ma la materia che non potete vedere, la materia misteriosa che domina la natura. È un racconto del mistero, quindi cominciamo.

Era una notte buia e tempestosa…

*

Gli ammassi globulari sono ammassi relativamente densi di centinaia di migliaia di stelle sottoposte a gravità, in continuo movimento, un po’ come api attorno ad un alveare. Data la relativa densità, qualche volta, ogni qualche milione di anni, le stelle che li compongono si scontrano, qualche volta qualcuna sfugge all’ammasso, più spesso si possono sfiorare. Alcune sono vecchissime, solo qualche centinaia di milioni di anni meno vecchie dell’universo. Sono oggetti privilegiati di studio per capire come si sono formate le galassie. Recentemente si è scoperto che possono contenere diverse generazioni di stelle, composte da materiali diversi, con proprietà chimiche diverse: è il caso ad esempio di NGC 2808.

*

Tante stele lontane
e dute sensa pase:
le va le va per strade vane,
dolorose e le tase.

L’imensità le ingiote
in distanse infinite
e le sprofonda site
in senpre nove note.

E nissun le consola
nissun le ferma un sol momento:
danàe le porta el vento
che no’ sa dî parola.

Un velo selestin de bisso
ne fa da paravento
ne salva dal spavento
che dà l’eterno abisso.

Ma infin la note ne disperde
tra note e dì ne l’aria:
in un’ora solitaria
smore la tera verde.

Biagio Marin, Quanto più moro (1969)

Biagio Marin, Poesie, Garzanti

Tante stelle lontane/ e tutte senza pace: / vanno e vanno per strade vane, / dolorose, e tacciono. // L’immensità le inghiotte / in distanze infinite / e sprofondano zitte / in sempre nuove notti. // Nessuno le consola / nessuno le ferma un solo momento: / dannate le porta il vento / che non sa dire parola. // Un velo celestino di bisso / ci fa da paravento / ci salva dallo spavento / che dà l’eterno abisso. // Ma infine ci disperde la notte / fra notte e dì nell’aria: / in un’ora solitaria / smuore la terra verde.

*

Einstein ha sviluppato la teoria della relatività nel 1916, un periodo interessante perché lui aveva sviluppato questa teoria, che era la prima teoria che spiegava non solo come gli oggetti si muovono attraverso lo spazio, ma anche come lo spazio stesso potesse espandersi e ed essere dinamico, una teoria importante sulla presenza della materia, ed era bellissima, e lui in qualche modo sapeva di avere ragione, ma all’epoca era in contrasto con le osservazioni, il che dava fastidio ai fisici in passato, e l’osservazione era che l’universo era stabile ed eterno, quella era la saggezza convenzionale, nella scienza all’epoca, che l’universo c’era da sempre e che per sempre ci sarebbe stato. E la sua teoria discordava da questo perché la teoria della relatività generale soffre dello stesso problema di cui soffre la gravitazione di Newton: la gravità attrae, attira e non spinge mai e se si mettono le stelle e le galassie là fuori, non restano semplicemente là, la gravità crea un’attrazione dell’universo che le tira assieme. Allora ha cercato di immaginare cosa fare ed è stato capace di modificare leggermente la sua teoria, in modo coerente con la simmetria matematica che gli ha consentito di svilupparla. Voglio mostrarvi come l’ha fatto con delle equazioni, che è una cosa che va bene di mattina alle 9 e 45, ma ne ho molte forme pratiche qui:

Equazioni di Einstein

parte sinistra = parte destra

Questo è per i biologi. No, sto scherzando. Ma non è del tutto finzione perché la parte sinistra dell’equazione vi parla della geometria dell’universo, del modo in cui le cose sono curve in presenza della fonte della curvatura, che in questo caso è l’energia-momento dell’universo:

curvatura = energia-momento

Bene. Sono in realtà un fisico teorico, per cui devo scrivere le robe giuste, con le lettere, è molto più illuminante per voi, ne sono sicuro:

einstein

ma questa era la teoria che non funzionava, che rappresentava l’universo in cui non vivevamo, o così pensavamo, e così è stato in grado di modificarla un po’ aggiungendo un termine supplementare nella parte sinistra, che chiamò il termine cosmologico:

termine cosmologico

Questo termine nella parte sinistra produce una piccola forza repulsiva nello spazio vuoto, così piccola da non alterare le leggi di Newton, che descrivono benissimo il moto dei pianeti attorno al sole – e lui non voleva distruggere questo – così piccola da non essere mai misurabile nel sistema solare, ma da poter diventare rilevante su scala galattica e mantenere le galassie distinte e questo è il modo in cui pensiamo che ha salvato la sua teoria. Poco dopo aver introdotto questo termine, è stato chiaro che c’era un problema.

*

*

I- Mf = Nc

where

I is Italy

Mf is the mess factor

Nc is a normal country

*

(continua)

Posen, Dresden, mein Cousin

La Posen della mia infanzia deve essere stata una città singolare. Non avrei mai pensato di essere in Polonia, non ho mai sentito nessuno parlare polacco per strada, il polacco era proibito in pubblico, e anche a casa nostra non sentivo mai questa lingua, c’erano il viennese, l’accento di Königsberg e l’inflessione renana, ma neanche una sola parola polacca. Tutte le vie avevano nomi tedeschi, e anche il castello, a cui si arrivava dalla Sankt-Martins-Straße, era ovviamente un edificio tedesco.

*

Attraversarono l’Elba, la signora gli fece ripetere con calma tutte le informazioni, corresse, insistette con nuove domande, il treno entrò nella stazione centrale e quando si separarono Martin aveva una topografia della città solo frammentaria, ma al suo posto aveva avuto la sua prima lezione di dresdese: qui si attribuisce grande importanza ad un tedesco curato. “Dovremmo (sollten) scendere da davanti” – un tale invito suonerebbe troppo diretto, sarebbe inelegante rivolgersi a qualcuno così, specialmente quando si è appena conosciuto l’interlocutore. Qui si dice: “Si può (man möchte) scendere dalla porta anteriore”, e un quasi brusco “Scenderemo”, per non parlare di “Scendiamo da davanti”, a Dresda non sarebbe mai preso in considerazione.

Appena ebbe toccato per la prima volta il suolo di Dresda, aveva già imparato una nuova parola, quasi una parola straniera – non un’espressione dialettale, affatto. Vi arrivò piuttosto attraverso un buon tedesco, quando la signora con tutta naturalezza fece scivolare in una delle sue frasi un “Vorrei (wöllte)” e lì Martin capì cosa significhi conoscere il tedesco. Esitò ad ammettere che non aveva ancora mai sentito un “wöllte“, ma a Dresda sembrava essere così corrente, come se i bambini avessero imparato fin dalla prima elementare il Konjunktiv drei.

Marcel Beyer, Kaltenburg, Suhrkamp 2009

Beyer  è nato a Württemberg, è cresciuto a Kiel, ha studiato a Siegen ed è vissuto a Colonia. Dal 1996 vive a Dresda.

Quando ci si mette a parlare con qualcuno per strada che sia stato testimone dell’epoca, entra subito nel discorso. Una volta stavo con un fotografo in Pirnaischer Platz e una signora anziana con le borse della spesa mi ha chiesto: “Che cosa fa? Poi ha subito proseguito: la Pirnaischer Platz prima aveva un aspetto completamente diverso”.

Non si tratta solo della distruzione visibile, ma anche della distruzione di un mondo cittadino. E questa distruzione è sempre stata in gioco tra le ideologie e lo è rimasta fino ad oggi. Quando si vede cosa succede nelle manifestazioni e nelle contromanifestazioni per il 13 febbraio, si potrebbe pensare che ogni anno si disputi il dominio sulla storia.

Da qua.

*

Ho notato che esito molto a parlare di me stessa. Non ne vedo quasi mai la ragione, anche se a volte ne emergerebbe la necessità. Quando la necessità c’è, ma l’esitazione persiste, può capitare di ritrovarmi a tentare di raccontare brevemente una cosa alla fine di un post a caso. Per renderla meno personale, dirò che è capitata a mio cugino. Il cugino è l’artifizio che conosco meglio in italiano per non doversi esporre in prima persona e per sottolineare al contempo la veridicità dei fatti. Per frequenza d’uso, segue a ruota quello del manoscritto trovato fortunosamente, di cui mio cugino ha trovato molti esempi in letteratura. Mio cugino è una persona abbastanza riflessiva, né più né meno di molte altre. Riflette praticamente su tutto, dal processo della decaffeinizzazione al Konjunktiv III, da com’è che si trova a P. al momento in cui potrà ritoccare la neve alle 7 di una mattina fredda e silenziosa ancora a venire, anche se le sue riflessioni – data la loro natura – non lo portano mai a nessuna conclusione. Ultimamente ha riflettuto su una dinamica comportamentale delle persone che gli sembra non sia mai stata ancora smentita da nessuno di quelli che gli è capitato di incontrare e – almeno così gli è parso – di conoscere almeno un po’. Secondo mio cugino, è evidente che i rapporti tra le persone possono cambiare nel tempo e che alle volte possono purtroppo peggiorare fino a logorarsi del tutto, per distrazione, per colpa, per un malinteso, per dei dettagli o forse addirittura in assenza di un vero e proprio motivo, perché così deve essere, anche se quest’ultima versione gli piace meno perché non crede a nessuna forma di determinismo, pur essendo in fondo un inguaribile positivista (è pieno di contraddizioni, mio cugino). A lui è capitato per esempio che gli abbiano detto – in tutta sincerità, gli sembra – “ti voglio bene” e che dopo un po’ gli abbiano detto – ancora sinceramente – “per me non c’è altro”. Quello che ha osservato mio cugino è che non avviene mai il contrario.

Lo spirito protestante dell’imperturbabilità (ancora sul novembre del 1989, imperturbabilmente)

La Neue Zürcher Zeitung (NZZ) è sempre stata profondamente anticomunista.

Al punto da citare la Repubblica Democratica Tedesca sempre tra virgolette: la “DDR”, scriveva.

Anche alla NZZ toccò occuparsi del 9 novembre.

Ne affidò il compito al redattore della sezione esteri Georg “Schorsch” Brunold.

Brunold era esperto d’Africa.

Il suo articolo finì nella prima pagina del giornale, però a destra, ben lontano dalla notizia principale, in 20 righe, sotto il titolo: “Apertura di tutti i valichi del confine interno tedesco”.

Finito il lavoro, mentre stava per tornare a casa, Brunold fu fermato davanti all’ascensore da Felix Reidhaar, capo della redazione sportiva, che agitava l’edizione serale del giornale:

Reidhaar: “Schorsch, il muro è caduto!”

Brunold, imperturbabile: “Lo so”.

Reidhaar: “Ma non puoi stampare questo fatto epocale solo in un articoletto in prima pagina in una colonna di 20 righe”.

Brunold: “Ho ingrandito apposta il carattere di un punto per sottolinearne l’importanza”.

Reidhaar: “Non basta. Schorsch, il muro è giù!”

Brunold mormorò qualcosa di incomprensibile. Voleva entrare nell’ascensore.

Reidhaar: “Fermati. Devi cambiare subito il titolo per la seconda edizione”.

Brunold: “Ma non serve a niente”.

Reidhaar: “Fallo in due colonne”.

Nella seconda edizione le righe passarono a 40, le colonne a due e il titolo divenne: “Apertura del confine interno tedesco”.

Il giorno dopo, alla riunione di redazione, Brunold trovò unanime conferma che una colonna sarebbe bastata.

Da qui.

Es bleibt immer eine Lücke

Dormire
respirare
fare poesia:
è quasi non criminale
HME

PV- Ha una spiegazione del fatto che i tedeschi hanno continuato a lottare così a lungo, così ostinatamente? Come si è prodotto, c’era una specie di fascinazione che lei evidentemente non ha subito? Come si può spiegare che hanno retto fino alla fine, nonostante la guerra di bombardamento, o forse anche a causa della guerra di bombardamento, così a lungo?

HME – Sa, queste sono domande piuttosto grosse, cui è difficile rispondere.

PV – Ma forse può spiegare perché non si riesce a rispondervi.

HME – In primo luogo sicuramente per tali cose non c’è una sola ragione, è spiacevole perché il mondo è troppo complesso, questo per ogni evento, per ogni grande evento che succede. Perché gli americani hanno fatto il Vietnam? Perché? È un esempio più piccolo, ma ci sono migliaia di esempi. E se ora cerca di spiegarla, questa assurdità, questa idiozia. E i movimenti di massa, l’entusiasmo, l’entusiasmo di moltissimi intellettuali, in Europa, per Stalin, per il comunismo: difficile da spiegare, tutto difficile da spiegare… si deve…

PV – Persino da parte di persone che sono andate nei gulag e ciò nonostante hanno detto “il partito ha sempre ragione”.

HME – Per questo possiamo assumere ora malvolentieri il ruolo di quelli che sanno e dire “perché i tedeschi sono sempre così, perché hanno questa tradizione di male terribile”. Conosciamo tutte queste spiegazioni, ma non bastano, vale a dire rimane sempre una lacuna in queste spiegazioni. Sappiamo, conosciamo l’assassinio degli ebrei europei: ci sono diverse teorie, l’abbiamo letto nei libri, tutti hanno tentato di trovare una spiegazione, però rimane una lacuna e non so come si dovrebbe colmare questa lacuna. Mi succede così per moltissime domande importanti, che resta sempre questo resto, e questo resto è in realtà addirittura determinante. E per questo io esito, voglio dire ci sono i profeti, non abbiamo bisogno di fare loro concorrenza, spiegano tutto, sanno tutto. Bisogna capire qualcosa a poco a poco, un poco qui un poco là: è già piuttosto ambizioso.

Da una recente intervista di Peter Voß a Hans Magnus Enzensberger su 3sat.

L’età dell’informavoro

Su edge.org c’è una recente intervista a Frank Schirrmacher sulle piattaforme informatiche viste come sistemi socio-biologici che ricalcano tre dei principali concetti del XIX secolo: il taylorismo (multitasking), il marxismo (libertà di contenuto, diritto d’autore) e il darwinismo (algoritmo di ricerca e information foraging). Schirrmacher si interessa ad esempio all’ipotesi – formulata da George Dyson – che il prezzo delle macchine che pensano sia che gli uomini non pensino più, osserva il modo in cui il cambiamento delle nostre strutture cognitive è un processo che alla fine miscela macchine ed umani, ed è affascinato dall’idea presentata un decennio fa da Danny Hillis per cui a lungo andare internet arriverà ad essere un’infrastruttura più ricca, in cui le idee possono potenzialmente evolvere all’esterno delle menti umane.

Dice, tra l’altro:

Come sappiamo, le informazioni sono alimentate dall’attenzione, così non abbiamo abbastanza attenzione, non abbiamo abbastanza cibo per tutte queste informazioni. E, come sappiamo — questo è il vecchio pensiero darwiniano, il momento in cui Darwin iniziò a leggere Malthus — quando c’è un conflitto tra un’impennata di popolazione e penuria di cibo, inizia la selezione darwiniana. E i sistemi darwiniani iniziano a cambiare le situazioni. E così quello che mi interessa è che, grazie ad internet, stiamo entrando in una fase in cui le strutture darwiniane, la dinamica darwininana, la selezione darwiniana sembra attaccare le idee stesse: cosa ricordare, cosa non ricordare, quale idea è più forte, quale idea è più debole.

E ancora:

Da quello che so, (i politici) ora sono molto interessati, ad esempio, al rango delle pagine di Google, al modo in cui, tramite sistemi matematici, si possano ad esempio creare informazioni a cascata come una specie di sovraccarico di informazioni artificiali. E, come sa, questo si può fare. Semplicemente, non siamo preparati a questo. E non è che sia troppo presto. Alle ultime elezioni, per la prima volta, abbiamo avuto dei blog in cui si poteva vedere l’avvio di creazione di cascate di informazioni, non solo con esseri umani, ma anche con BOTs e altra roba. E questo è solo l’inizio.

Nell’intervista, ricchissima di spunti di riflessione, c’è anche un rimando al saggio di George Dyson “Turing’s cathedral“. Dyson, visitando Google, scoprì che non stavano digitalizzando i libri per i lettori umani, ma perché fossero letti dall’intelligenza artificiale.

E io che mi sentivo già piccola e fessa girando per biblioteche e librerie.

 

Vendesi bellissimo Paese d’epoca, arredato, doppia esposizione, luminosissimo, vista mare

22

Lavoravo sul balcone ad un piccolo tavolo rotondo di metallo bianco, un tavolo da giardino, con i quaderni e le pagine in corso. Quel giorno, Anna Livia è allungata sulla sdraio, legge Petrolio di Pasolini. Il libro è arduo, dice, “non sexy”, ma l’Italia tutta intera vi si precipita in frasi: è là, nell’incompiutezza stessa del libro, nel suo cantiere di rovine.

23

Anna Livia: ”Il libro di Pasolini non è finito, esattamente come l’Italia: mai l’Italia è stata finita. Nel libro, si vedono le banche, le famiglie, il sesso, il mondo degli affari. Il mondo degli affari prende il controllo del Paese decomponendolo. La decomposizione, è questa che regna sempre al meglio. Niente è più potente della decomposizione. Nel libro, l’Italia è descritta prima come terreno vago, poi come cantiere, infine come traffico. Si vede bene come l’Italia, ad un certo momento della sua storia, fosse in vendita. Lo è senza dubbio ancora, come tutti i paesi: al migliore offerente. Non cessa di essere acquistata e rivenduta. È il  destino di quello che si chiama un paese? Si vede bene, leggendo Petrolio, come un paese si negozi. Come l’idea stessa di paese sia morta. Un paese, questo non esiste più. Non so se sia meglio o meno. Siamo già oltre.”

Yannick Haenel, Cercle, Gallimard 2007

*

Dopo le vendite, arrivarono le svendite.

Antonella Randazzo, Come è stata svenduta l’Italia, 12 marzo 2007

Andrea Angelini, Draghi insiste con privatizzazioni e liberalizzazioni, 30 maggio 2009

Angela Corrias, Italy’s political crisis: Is Berlusconi the main threat for Italian democracy?, 16 ottobre 2009

9 novembre 1993

Il 9 novembre di sedici anni fa è crollato lo Stari Most, il ponte vecchio di Mostar.

Credevo fosse assodato chi e in quali circostanze lo ha fatto crollare.

Non esattamente, almeno non con una sentenza passata in giudicato: c’è un’accusa del Pubblico Ministero del Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia (atto d’accusa iniziale contro Prlić et al. del 2 marzo 2004, comprendente 26 capi d’accusa – caso numero IT-04-74-T), c’è una testimonianza di un esperto basata su filmati della TV ORF2 e della TV Mostar (“È altamente probabile che il ponte sia stato distrutto da una carica esplosiva”, pagina 30076, udienza del 30.06.2008) e ci sono molti, molti atti, ma il processo, nel suo complesso, non è ancora concluso.

Nulla nostro che sei nei cieli

- Perché c’è qualcosa piuttosto che il nulla?

- Doveva esserci.

Lawrence Krauss

- Non crederai a quello che mi è successo oggi.
- Cosa?
- Assolutamente niente.

Richard P. Feynman

*

E la cosa veramente straordinaria è che continuiamo ad arrabattarci.

E pure a scriverlo sui blog.

F.

Famme chello che vuò

Premessa:

u in francese si pronuncia [y], mentre ou si pronuncia [u].

Possibile conseguenza per un liquidatore sinistri auto:

[dy cu, le cu dy cu o cu...]

 

Cosa resta?

Molte cose bruciate
dai tormenti del tempo
dai tormenti del proprio corpo -
Quello che resta
sembra poco

Ecco che però si separa:
O la capacità
di portare ancora il bicchiere alla bocca
di eliminare per tempo
l’immondizia
di trovare la posizione a letto
che tiene lontano per alcuni minuti
il fastidio del dolore
Forse persino di lottare
contro l’arte
contro l’odore di malattia -
altrimenti niente

Oppure
vedere
e poi e quando associare
alcuni impellenti
lunghi fili di pensieri
strofe di Hölderlin
alla Marsigliese
frasi di Hegel e Marx
o di Bloch e Schönberg
al vento autunnale del bosco vicino
o anche ad alcune delle parole
che hanno attribuito all’ebreo
Gesù di Nazareth

In mezzo, immagini:
Rosa, Ulrike, Rudi,
l’arcivescovo Romero, il Che, le ombre dei senza nome
e il fumo di Auschwitz
e la luce di Hiroshima

Rimangono parole
sensazioni
pensieri
conoscenza e paura
Rimane rabbia e resistenza
e nessuna requie
E rimangono desideri
e desideri semplici per l’uomo
(per chi sta molto vicino e lo sconosciuto)
e speranze per il futuro

Qualcosa resta
dopo il proprio rimanere
Tutto il mondo deve restare -

O non resta nulla?

Erich Fried

Erich Fried, Gedichte, dtv 2007

La DDR non c’è mai stata

133

Palast der Republik, 19 novembre 1974

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Palast der Republik, 26 giugno 2007

112_113

Palast der Republik, 10 marzo 2009

118_119

Palast der Republik, 7 dicembre 2008

Da qua.

Reinhard

Prima di tutto non è stata una rivoluzione. La retorica eroica di quelle settimane era uno stile tipicamente DDR mescolato ad una nota cristiana, aveva odore di sacrestia. Mi dà fastidio. Ancora oggi c’è gente orgogliosa di questa presunta “rivoluzione pacifica”. È una cosa idiota. Non è stato un colpo di stato e non è stata una rivoluzione, è stata un’acquisizione burocratica, in parte ostile, di un’azienda di nome DDR che economicamente, militarmente e moralmente era in bancarotta. L’azienda BRD, in questi settori leggermente più solvente, l’ha acquisita e, come in tutte le acquisizioni di fabbriche, è un po’ cambiata. Perché la vecchia Bundesrepublik poi non è più esistita. Chiaramente così non può nascere da nessura parte un sentimento eroico, di cui i giornalisti stranieri spesso sentono la mancanza. L’eroismo – in senso classico – può esserci solo a seguito di un’azione eroica. Non mi dispiace che non si sia versato del sangue, ma c’è il vecchio adagio: le nuove leggi sgorgano dal sangue rappreso delle rivoluzioni. Quando manca il sangue, arriva qualcosa di indistinto, e il legislatore vi si adatta fino ad oggi con leggi speciali per l’est. E da alcuni anni arriva nella vecchia DDR qualcosa di altamente preoccupante: una rappresentazione storica falsificata, da cui nasce una specie di cadavere ideale. Una DDR senza ordine di sparare, senza prigionieri politici, circondata dal muro come da una membrana permeabile.

Reinhard Jirgl

Da qui.

G.

Poi succede che arriva G.

Dopo quattro anni che non ci vediamo, fatti solo di qualche telefonata, qualche lettera, qualche libro spedito per posta, ci si parla, ci si ascolta, ci si ritrova come fratelli camminando per P. (e P. sta lì per caso e potrebbe anche essere Pieris, tanto che non fa neanche da scenario, sparisce, non ci serve).

Ci si abbraccia una volta, all’improvviso, in mezzo alla strada.

Si prosegue, si arriva su un ponte. Ci si ferma.

A quel punto G. mi guarda e mi dice:

Se ora arrivasse qui Bruno Vespa, ci direbbe:

“Ma voi due che parlate e parlate, in fin dei conti, in che cosa siete meglio di me?”

Trovare romanzi francesi senza la parola Rambò è come registrare in Italia la scomparsa simultanea dei padrippii e delle madonne piangenti

Se non c’è un verso di Rambò o se non compare nemmeno una volta il suo nome, non glieli pubblicano neanche: la poesia di Rambò, l’arte di Rambò, il silenzio di Rambò, le parole di Rambò, un nuovo Rambò, la vita di Rambò, fino ad arrivare al virtuosismo della rambotudine, che è quello di piazzare Rambò a caso nel testo o al posto dei punti o delle virgole.

Se non c’è un classico con cui misurarsi per trovarvi la Verità, poi, mi sa che non varcano nemmeno la soglia delle case editrici. A dire il vero, sarei veramente ingiusta e generalizzerei eccessivamente se non ammettessi l’esistenza di romanzi che non cadono nell’errore di sfruttare un classico senza aver nulla da raccontare. Esistono, esistono, e in effetti questi, di classici, ne sfruttano due. Ne ho trovato uno che campa per pagine e pagine solo su Odissea e Moby Dick. E il suo autore non si limita a scrivere Omero o Ulisse o Ismaele o Achab qua e là, no, si inventa addirittura uno che, per riappropriarsi della propria vita, un lunedì decide di non andare più a lavorare e si mette a leggere Moby Dick tutto il giorno e a discutere di Ulisse e delle sirene, a fare l’amore con una che ha il tatuaggio della balena appena sopra il sedere e a reinterpretare i due classici per farceli capire per la prima volta:

il viso dei mostri, che annuncia la macelleria mondiale rambò

se rifiuta di essere immortale, è perché vuole continuare a vivere tutto, a sentire nel suo corpo l’infinità delle sensazioni rambò Se accettasse di essere immortale, vivrebbe in un oblio perfetto rambò E lui non vuole perdere la memoria rambò

(rambò rambò rambò)

Ulisse rifiuta di essere immortale per preservare la memoria – vale a dire raccontare rambò

fino al tripudio combinatorio:

Ulisse, per entrare a Troia, fabbricò una balena bianca rambò

Ridatemi Bufalino.

F.

Nel novembre del 1989, tra epsilon, delta, tabelline, disegnini, vecchi teoremi e modellini, ho iniziato ad immaginare concretamente ai possibili percorsi da fare alla prima occasione, se incrociare Lutero* o Cranach o Müntzer o Bach ecc. ecc. (la faccio breve) o tutti quanti assieme, in un ricamo a ragnatela fatto di fili sottili e fitti fitti. Goethe no, devo dire. Anche se poi chiaramente a Weimar non ci si può non andare, ma dopo, solo dopo essere andati a Wittenberg. E anche se poi se il primo incontro con Goethe va a finire che avviene a Jena, davanti ad un muro su cui sta scritto che lì ha scoperto il Kieferzwischenknochen**.

È che per me pensare alla Germania, alla DDR e a Berlino Est era un po’ come pensare ad un’Italia in cui non si potesse entrare in Toscana e nel centro di Roma.

Un’Italia mozzata con Trento come capitale. No, perché magari uno si chiede: perché Bonn? Perché ad Adenauer era di strada da Rhöndorf, mica per altro.

*Solo in funzione antipapista.

** Tipo osso intramascellare. Tra le mie prime parole imparate in tedesco, subito dopo Hallo e Guten Morgen. Questa cosa ha avuto delle conseguenze: Buon giorno! Com’è il suo osso intramascellare? è  in effetti un avvio di conversazione che può destare un certo interesse.

Janina

Il 9 novembre 1989 ero in visita da amici a Lipsia, dove studiavo. Abbiamo festeggiato e acceso la televisione solo per caso. Abbiamo visto la conferenza stampa di Schabowski, ma non abbiamo capito cosa significava. Così abbiamo spento la televisione e abbiamo continuato a festeggiare. Solo la mattina dopo, dopo aver visto le notizie, ho capito quello che era successo. Il mio primo pensiero è stato: ora non vivi più vicino al muro, perché sono di Berlino e il mio appartamento si trovava di fronte al muro.

Janina Fleischer, allora studentessa, ricorda il suo 9 novembre a die Zeit.

Angela

- Come ricorda quella notte di novembre, quando il muro è caduto?

- Lo vedo ancora molto chiaramente davanti a me. Ero tornata a casa da Adlershof, dove allora lavoravo, all’Accademia delle Scienze. Ho acceso il televisore e poi ho visto Schabowski, come ha letto il foglietto. In realtà stavo andando alla mia seduta di sauna settimanale a Prenzlauer Berg con un’amica e allora ho chiamato velocemente mia madre, perché avevamo un accordo ancora oggi non onorato.

Abbiamo sempre detto: quando cade il muro e si potrà andare a Berlino Ovest, andiamo al Kempinski a mangiare ostriche. Allora l’ho chiamata e ho detto: se ho capito tutto correttamente quello che dicono alla televisione, allora devi raccogliere tutto i soldi dell’ovest, perché ora il nostro appuntamento si potrebbe avverare. E poi sono andata in sauna.

La maggior parte delle persone non sapeva esattamente cosa stava accadendo. Quando sono ritornata, tutta la Bornholmer Straße si stava già trasformando in un grande movimento attraverso il confine, in direzione di Wedding, e allora mi sono messa in fila, sono andata oltre e ho dato una rapida occhiata. Non potevamo muoverci molto, ma era da mozzare il fiato.

Mi ricordo in particolare la mattina dopo. Dovevo tornare al lavoro con la S-Bahn e là c’erano tutte le guardie confinarie, che in parte cominciavano il fine settimana, e quelli di grado inferiore erano convinti che il lavoro di una vita dei loro ufficiali ora era distrutto. L’avevano capito molto velocemente, già durante la notte, che tutte le attività in futuro non sarebbero state più necessarie.

Era da un lato come se si fosse nella vita reale e dall’altro come se fosse un’opera teatrale, che non era del tutto vera. E si è rivelato tutto vero.

Angela Merkel intervistata dalla ZDF il 14.10.2008.

Ingo

- Come ha vissuto il 9 novembre 1989?

- Quel giorno sono andato a letto presto e quando mi sono svegliato il muro non c’era più. Il mio primo pensiero, del tutto assurdo: peccato, adesso non verrà nessuno alla nostra dimostrazione, adesso andranno tutti all’Ovest.

Ingo Schulze

Da qui.

Christa

Care concittadine, cari concittadini,

siamo tutti profondamente turbati. Vediamo le migliaia di persone che ogni giorno lasciano il nostro Paese (Land). Sappiamo che una politica fallita fino agli ultimi giorni ha rafforzato la vostra sfiducia nel rinnovamento di questa comunità. Siamo consapevoli dell’impotenza delle parole rispetto ai movimenti di massa, ma non abbiamo altro strumento che le nostre parole. Quelli che se ne vanno ora diminuiscono la nostra speranza. Vi preghiamo, rimanete nel nostro Paese (Heimat), rimanete da noi!
Che cosa possiamo promettervi? Non una vita facile, ma una vita utile. Non un rapido benessere, ma partecipazione a grandi cambiamenti. Vogliamo garantire democratizzazione, libere elezioni, certezza del diritto e libertà di circolazione. È evidente: incrostazioni vecchie di decenni si sono spezzate nello spazio di settimane. Siamo appena all’inizio del cambiamento sostanziale nel nostro Paese (Land). Aiutateci a creare una società veramente democratica che conservi anche la visione di un socialismo democratico. Non un sogno, se impedite con noi che soffochi di nuovo sul nascere. Abbiamo bisogno di voi. Abbiate fiducia in voi e in noi che vogliamo restare qui.

Appello letto da Christa Wolf alla televisione della DDR l’8 novembre 1989 . L’appello fu sottoscritto, oltre che dalla scrittrice, da Volker Braun, Ruth Berghaus, Christoph Hein, Stefan Heym, Kurt Masur, Ulrich Plenzdorf, e poi da Bärbel Bohley per il “Neues Forum”, Ehrhart Neubert per il “Demokratischer Aufbruch”, Uta Forstbauer per il Partito Socialdemocratico, Hans-Jürgen Fischbeck per “Demokratie jetzt”, Gerd Poppe per “Frieden und Menschenrechte”.

Da qui.

Günter

Al Centro stampa internazionale della DDR, Mohrenstrasse 38, il bla, bla, bla di Günter nella conferenza stampa convocata per le 18:00 dura per una buona ora.

Poi, verso la fine, il corrispondente dell’ANSA Riccardo Ehrman, che si trova davanti al podio, praticamente ai piedi di Günter, perché è giunto alla conferenza stampa trafelato per la difficoltà di trovare parcheggio e non ha trovato alcun posto a sedere, ha ancora una domanda sulla bozza di legge di tre giorni prima che dovrebbe regolamentare i viaggi.

Domanda (Ehrman) – Signor Schabowski, ha parlato di errori. Non crede che sia stato un grosso errore questa bozza di legge sui viaggi di un paio di giorni fa che adesso ci ha presentato?

È allora che Günter sfoglia tra i suoi documenti e ne estrae uno, il comunicato stampa, ricevuto dalle mani di Krenz qualche ora prima assieme al decreto, che invece non prende, piazzando, al procedere della lettura, sempre più eh (ähs, ad essere corretti) qua e là e, pressato dalle domande, integrandola con spiegazioni estemporanee:

G – Ad ogni modo, per quanto ne so, oggi è stata presa una decisione. È stata accolta la raccomandazione del Politbüro che si estragga dalla bozza di legge sui viaggi e si faccia entrare in vigore il passaggio che – come si usa dire o non si usa dire – regola gli attuali espatri, insomma l’abbandono della Repubblica. Siccome noi (eh) consideriamo una situazione inaccettabile che questo movimento si effettui (eh) attraverso uno Stato amico (eh), cosa che anche per questo Stato non è facilissima. E quindi (eh) ci siamo decisi ad adottare oggi (eh) una disposizione che renda possibile ad ogni cittadino della DDR (eh) di espatriare attraverso i valichi confinari della DDR.

Domanda – Vale …? – Senza passaporto? Senza passaporto? (No, no!) – Da quando entra …? Da quando entra in vigore?

G – Scusi?

Domanda – Da quando? Da…?

G – Insomma, compagni, qui mi è stato comunicato che una tale comunicazione già oggi (eh) è stata diffusa. Dovrebbe in realtà già essere in vostro possesso. Allora: “I viaggi privati all’estero possono essere richiesti senza che ne sussistano le condizioni (motivi di viaggio e rapporti di parentela). Le autorizzazioni vengono concesse tempestivamente. Ai competenti dipartimenti passaporti e registrazione degli uffici della Polizia Popolare nella DDR sono date istruzioni affinché concedano tempestivamente i visti per gli espatri definitivi senza che per essi debbano sussistere ancora le condizioni per un espatrio definitivo”.

Domanda – Con il passaporto?

G – Gli espatri definitivi possono essere effettuati attraverso tutti i valichi confinari della DDR verso la BRD. Con ciò cessa la possibile concessione momentanea di corrispondenti autorizzazioni in rappresentanze estere della DDR e i continui espatri con la carta d’identità della DDR attraverso Paesi terzi. (Eh) Alla domanda sul passaporto ora non posso rispondere. È anche una domanda tecnica. Non lo so, i passaporti … allora affinché ciascuno sia in possesso di un passaporto, devono essere prima rilasciati. Però volevamo…

Domanda – Quello che conta è il contenuto della dichiarazione…

G – … è la…

Domanda – Quando entra in vigore?

G –  A mia conoscenza entra in vigore ora, immediatamente.

Labs – … immediatamente.

Beil – Deve deciderlo il Consiglio dei Ministri.

Domanda – Anche a Berlino?

Domanda (Brinkmann) - Ha detto solo BRD, vale anche per Berlino Ovest?

G – Come da comunicato stampa del Ministero, il Consiglio dei Ministri ha deciso che fino all’entrata in vigore di una disposizione di legge attraverso la Volkskammer entra in vigore questa disposizione transitoria.

Domanda (Brinkmann) – Vale anche per Berlino Ovest? Aveva detto solo BRD.

G – Insomma (pausa) sì, sì: “Il continuo espatrio può effettuarsi attraverso tutti i valichi confinari della DDR verso la BRD, rispettivamente verso Berlino Ovest”.

Günter Schabowski, membro del Politbüro, e giornalisti, Berlino Est, 9 novembre 1989

*

La nuova disposizione avrebbe dovuto essere resa pubblica il giorno dopo. Così fissava il decreto che Krenz aveva consegnato a Günter e che restò, non letto, tra i suoi documenti.

10 November

*

Günter Schabowski oggi ha qualche problema cardiaco. Dopo aver ricominciato da zero lavorando come redattore in un settimanale locale dell’ovest, in Hessen, da lui stesso fondato, dopo aver scontato quasi un anno di carcere per una pena, sospesa per amnistia, ricevuta per corresponsabilità nelle morti di chi tentò la fuga attraverso il muro, di cui, contrariamente a Krenz, si è assunto la responsabilità morale, dopo essere passato per un processo avviato per la falsificazione del risultato delle elezioni comunali della DDR del maggio 1989, processo poi revocato, dopo aver definito la caduta del muro “più di una svolta, l’esecuzione di una necessità”, Günter è ormai da molti mesi che ha l’agenda fitta di appuntamenti: almeno fino a dicembre sarà così, da un’intervista all’altra.

*

Oggi pare che la domanda di Ehrman non fosse sorta proprio spontanea spontanea, ma fosse stata piuttosto suggerita da un membro del Comitato Centrale, probabilmente Günter Pötschke, capo dell’agenzia di stampa della DDR ADN, che avrebbe contattato telefonicamente Ehrman prima della conferenza stampa.

Finita la conferenza, Ehrman si precipitò a chiamare Roma per diffondere la notizia: non gli credettero. Fu per questo che Reuters e ADN la diffusero per prime alle 19:04, mentre l’ANSA lo fece 27 minuti dopo: il tempo di capire che Erhman non era pazzo.

*

Più o meno.

Egon

Ho detto al Comitato Centrale che sono consapevole di aver ricevuto un compito difficile in un periodo molto complicato e mi preme dire anche in questo minuto che davanti c’è molto lavoro, lavoro, lavoro e ancora lavoro, ma lavoro che deve dare gioia e che può servire tutti gli uomini.

Egon Krenz, 18.10.1989, dopo essere stato votato a larga maggioranza Presidente del Consiglio di Stato della Repubblica Democratica Tedesca.

*

Egon ha regolato i suoi conti con la giustizia, “la giustizia dei vincitori” come l’ha definita, con quasi 4 anni di carcere. Sta bene, vive in una casa al mare nel nordest della Germania, a Dierhagen, il cui sindaco lo ritiene un uomo buono, tiene conferenze sulla DDR, scrive libri sulla DDR che autografa volentieri, sorride anche volentieri, ma non concede interviste ai giornalisti perché normalmente non riportano correttamente le sue parole. All’ennesima domanda del giornalista “Che cosa dice alla moglie di un uomo che voleva lasciare la DDR e poi poco prima di raggiungere la cima del muro è stato colpito a morte?”, dopo un lungo silenzio, dedicato a firmare l’ultimo libro, risponde: “Alcune cose sono troppo complicate perché una o due frasi possano fornire una risposta”.

Video

Margot

Margot è una pensionata nata nel 1927 a Halle, in Germania.

Dal 1992 vive a Santiago del Cile, in una villa di proprietà della famiglia, dove, in compagnia di amici e parenti, prende il tè e i dolci che lei stessa prepara.

Come milioni di altri tedeschi, percepisce mensilmente la pensione di vecchiaia e quella di reversibilità per il defunto marito, Erich.

Breve sintesi di quello che emerge dal filmato.

Margot non è stata solo la moglie di Erich Honecker, è stata la donna più potente della DDR. Per 26 anni, è stata Ministro dell’Istruzione. In quanto tale, è stata anche responsabile, tra l’altro, della Wehrkundeunterricht, la lezione paramilitare obbligatoria, dei rapporti sugli insegnanti sospetti, dello Jugendwerkhof Torgau, più che un luogo di rieducazione per giovani dai 14 ai 18 anni, un vero e proprio carcere il cui scopo educativo era quello di “spezzare la volontà dei giovani”, il cui servizio di benvenuto prevedeva tre giorni di isolamento in una cella sotterranea, e il cui principale effetto in chi, come Stefan Lauter, all’età di 17 anni aveva rubato un motorino, era quello di suscitare paura e di distruggere la persona.

Margot diventa un blocco di ghiaccio se il primo canale della televisione tedesca le fa avere una lettera tramite un conoscente per chiederle un’intervista. Non vuole leggerla, non le interessa.

Contrariamente a Erich, capace di tornare a casa a Wandlitz esaltato dall’ultima parata della DDR, il 7 ottobre del 1989, lei aveva vagamente percepito il senso della fine imminente.

Quando parla del 1989 e della caduta del muro, non parla, come gli altri tedeschi, di Wende (svolta), ma di Verrat (tradimento).

Non sopporta la campagna diffamatoria dei media tedeschi sui suoi ex concittadini.

Se le si ricorda la visione di Willy Brandt “Es wächst zusammen, was zusammen gehört” (cresce assieme quello che deve stare assieme), sorride.

Tra le poche parole scambiate con la giornalista:

- Pensa che il socialismo ritornerà o che sia affondato con la DDR?

- No, ritornerà.

- Anche in Germania?

- Perché non in Germania?

Lontana dalle telecamere della televisione, in privato, si sente più a suo agio e si esprime più liberamente:

La gente si riferisce sempre più spesso a quello che ha avuto nella Repubblica Democratica Tedesca. Bene, non ce l’abbiamo fatta, però ci siamo stati per 40 anni e questi 40 anni hanno lasciato tracce: ci sono forze di sinistra, si muovono, raccolgono più voti, più consenso. Tutti i grandi partiti, il partito socialdemocratico, ha ricevuto il benservito per la sua politica antisociale, ha perso un terzo dei suoi voti. Il grande partito, il partito cristiano-democratico, il partito della borghesia, ha perso voti. I segnali sono in ogni caso positivi. Io sono in ogni caso ottimista, lo sono sempre stata e lo resto.

Margot Honecker, 7.10.2009

L’uomo dei ratti

Se siete prigionieri della temporalità d’opinione, vi direte, come tanti dei capi o degli elettori socialisti: “Mio Dio! Si subiva Chirac da dodici anni e ora bisognerà ancora attendere il prossimo turno! Diciassette anni! Forse ventidue! Una vita intera! Non è possibile!” E allora, nel migliore dei casi siete depressi, nel peggiore dei casi diventate un ratto. Il ratto è colui che, interno alla temporalità d’opinione, non può sopportare di attendere. Il prossimo turno comandato dallo Stato è molto lontano. Invecchio, si dice il ratto. Lui non vuole marcire nell’impotenza, ma ancora meno nell’impossibile! L’impossibile, troppo poco per lui.

Bisogna riconoscere a Sarkozy una profonda conoscenza della soggettività dei ratti. Li attira con virtuosità. Forse è stato ratto lui stesso? Nel 1995, quando, per la troppa fretta di arrivare alle cose ministeriali serie, ha tradito Chirac per Balladur? In ogni caso, trovando gli usi di Stato della psicologia del ratto, merita un nome psicoanaliticamente famoso. Propongo di nominare Nicolas Sarkozy “l’uomo dei ratti”. Sì, è giusto, è meritato.

Il ratto è colui che ha bisogno di precipitarsi nella durata che gli si offre, senza essere affatto nello stato di costruire un’altra durata. Il punto da trovare dev’essere tale che si possa assegnarli una durata diversa. Non essere né ratto né depresso è costruire un tempo diverso da quello che lo Stato, o lo stato della situazione, ci assegna. Dunque un tempo impossibile, ma che sarà il nostro tempo.

Alain Badiou, De quoi Sarkozy est-il le nom?, Lignes 2007

È impossibile intitolare un’intervista a Žižek

NS: Quale relazione, posto che ci sia, pensa che abbia il suo lavoro con la filosofia politica liberale, normativa, dominante, praticata nelle università inglesi e americane?

SZ: Ho notato qualcosa – forse lo sto solo generalizzando; non so in che misura sia una regola – ho notato come molte delle persone che si considerano più radicali dello standard liberale, lo standard liberale di sinistra, come la maggior parte di loro non lavori propriamente nella filosofia politica, ma come se si nascondessero come dei critici letterari o dei filosofi. È come se ci fosse un eccesso che obbliga a cambiare genere. Un’altra tendenza di questi “radicali” è la moralizzazione legata alla legalizzazione. È un certo atteggiamento per cui vogliono trasmettere il messaggio che essi sono veramente più radicali. Ma questo eccesso di radicalismo articola concretamente solo se stesso in una specie di generale indignazione moralistica – “cosa stiamo facendo agli immigrati?!” Penso che tendano spesso a essere un po’ ipocriti. Ho sempre letto gli anticomunisti liberali, quelli della sinistra liberale – sono interessanti, si può imparare da loro. Ho letto un saggio meraviglioso di Orwell del 1938. Ha analizzato meravigliosamente la sinistra liberale tipica. Dice che chiedono un cambiamento, ma che lo fanno in un modo ipocrita: chiedono un cambiamento, ma è quasi come per assicurarsi che non vi sia alcun vero cambiamento.

Non sospetta un po’ che ci sia qualcosa nei liberali di sinistra tipici di oggi – nelle campagne antiimmigrazione di oggi, per esempio? L’idea standard è quella di dire, come il mio amico Alain Badiou in Francia, “quelli che sono qui sono di qui”. Vale a dire, nessuna ricerca delle radici, apertura a tutti. Legalizzare tutto. Il problema è che sanno molto bene che questa apertura radicale non avverrà mai. Allora è molto semplice avere una posizione radicale che non costa nulla e ad un prezzo nullo conferisce una specie di superiorità morale. Consente loro anche di evitare le domande veramente difficili. Per esempio, il mio conflitto con gli amici di sinistra radicali è quando vogliono un’apertura totale, ecc. Dico loro, siete consapevoli del fatto che gli atteggiamenti antiimmigrazione sono per la maggior parte atteggiamenti spontanei delle classi lavoratrici più basse? Parlano come se qualche potere imperialista centrale decidesse di essere contro gli immigrati. No! Semmai, il capitale è più liberale in tema di immigrazione. Così, penso che non sia una cosa buona – penso che tutti questi teorici, come Giddens e Held, che sono di sinistra, ma di sinistra al’interno dell’establishment …

NS: Direbbe che i pensatori di questo tipo, di sinistra dell’establishment se le piace, non sono abbastanza materialisti?

SZ: Esattamente, esattamente. A parte il loro generico sbraitare anticapitalista – questo è il mio maggiore rimprovero nei loro confornti. Nonostante la crisi finanziaria, non abbiamo un serio tentativo di sinistra di occuparsi di quello che, in vecchi termini marxisti, chiamavamo la critica dell’economia politica. È ovvio per me che Marx debba essere ripetuto, ma non ripetuto com’era. Non è chiaro oggi che con tutti i problemi di risorse naurali, proprietà intellettuale, ecc., che l’intera nozione di sfruttamento, posto che abbia un qualche significato, debba essere radicalmente ridefinita? Non vedo abbastanza lavoro di questo tipo. Penso si tratti di una specie di politica moralistica, astratta, in cui ci si concentra su gruppi che sono ovviamente sotto-privilegiati – altre razze, omosessuali, ecc. – e poi si possa esplodere con tutta la propria rabbia moralistica. O, un’altra cosa che odio veramente in quanto persona di sinistra che cerca di essere comunista- non ha notato come alla sinistra accademica standard piaccia solo che avvenga una rivoluzione tentata, ma lontano da dove si è? Oggi è il Venezuela, che è il motivo per cui mi piace criticare di tanto in tanto Chavez. È una posizione molto comoda: si può fare tutto il lavoro sporco, lottare per la carriera, fare compromessi nel proprio Paese occidentale, ma il proprio cuore è da qualche parte molto distante, non tocca in alcun modo quello che si sta facendo. Questa è un’altra cosa che considero una finzione.

Allora, se qualcosa è provato dall’attuale crisi finanziaria, è che a parte i keynesiani radicali di sinistra come Paul Krugman, con cui simpatizzo, non vedo alcuna seria controproposta da parte della sinistra.

NS: Allora abbiamo perso l’economia politica di Marx?

SZ: Ci sono alcuni segnali positivi marginali – Moishe Postone è una delle poche persone che veramente pone la domanda: cosa fare con l’economia politica di Marx oggi? Poi ci sono naturalmente alcuni economisti ecc. – David Harvey, ad esempio, ma la domanda non è posta in modo corretto e questo è molto triste. Se si legge la sinistra culturale predominante, si potrebbe pensare che Il capitale di Marx sia una specie di trattato sul feticismo delle merci e altri fenomeni culturali. Spiacente, ma Marx voleva che fosse una teoria critica della società, con offerta di una diagnosi, ecc. Penso che le cose oggi richiedano analisi. Mi lasci offrire la sua analisi – non tema, sarò breve.

Sostengo che abbiamo due figure contrapposte: i liberali procapitalisti e i vecchi marxisti, nella misura in cui esistono ancora. Sostengono che sia lo stesso capitalismo ad andare avanti. Questo ovviamente non è vero – in Cina e in altri posti sta emergendo qualcosa di nuovo. Poi ci sono tutti quelli – li chiamo, ironicamente, “post-teorici” – come Giddens, ad esempio. Sostengo che il loro lavoro è, sfortunatamente, un patchwork giornalistico. Molti di sinistra dicono: sappiamo quello che è sbagliato – il capitalismo, l’imperialismo. Semplicemente non sappiamo come mobilitare le persone; il problema è politico. Ma penso che non sappiamo cosa stia succedendo.

Questa è tipica arroganza intellettuale. Non sappiamo quello che sta succedendo. Questo è il punto del mio libro: stanno emergendo delle novità pazzesche. Quello che sta accadendo in Cina oggi è qualcosa di veramente minaccioso. Qui sono in disaccordo con i liberali che dicono di aspettare dieci anni, che avremo un’altra Tienanmen in Cina. Ne dubito. Qualcosa di genuinamente nuovo sta emergendo oggi nella forma di quelli che sono ridicolamente chiamati “valori asiatici”, il capitalismo autoritario. Un capitalismo che, ora possiamo vedere, sta operando meglio nella crisi che in occidente. Un capitalismo che è più dinamico ed efficiente che nel nostro capitalismo liberale occidentale, ma che precisamente in quanto tale funziona perfettamente con uno stato autoritario. Il mio pessimismo è che questo è il futuro. Questo è quello che dovremmo osservare. Questo è il motivo per cui ho scritto quel pezzo su Berlusconi [nella London Review of Books], che molte persone hanno pensato fosse folle – Berlusconi è, nonostante tutto, eletto democraticamente. Ma vedo segnali di questo nuovo autoritarismo. C’è una specie di totale svalutazione della politica. Ovviamente questo nuovo capitalismo post-democratico assumerà forme diverse. Ci saranno valori asiatici, più tradizionalmente autoritari; in Russia, sta emergendo; in Italia, sta emergendo a modo suo. Questa è la paura. Noi che in qualche modo aspiriamo ad essere più radicali, mentre dovremmo fare un patto con i liberali onesti proprio su questa linea: dovremmo essere tutti consapevoli di quanto vi era di prezioso nell’eredità democratica liberale. Di quanto, ad esempio, Hannah Arendt ha notato negli Stati Uniti durante la guerra del Vietnam. Quello che la affascinava era il livello di discussione pubblica – gente che discuteva in incontri cittadini. Questo sta scomparendo.

NS: La Arendt pensava che la partecipazione politica fosse intrinsecamente un bene, vero?

SZ: Il problema che ho con lei è che ha abbandonato l’economia come spazio della verità, per così dire. Per lei, l’economia era solo roba utilitaristica. La grande autentica politica non accadeva lì per lei. Ma abbiamo bisogno di quello che Marx chiamava una economia politica. Si conosce la visione marxista di base per cui la politica non è solo politica – la politica è nell’economia. Dovremmo recuperarla. Non sta diventando chiaro? E questo è un altro punto su cui non sono d’accordo con molti di sinistra: conosce questo mantra di Toni Negri – “Impero”, gli stati nazionali non contano più, ecc. È ridicolo. Se c’è una lezione del cosiddetto capitalismo postsessantottino, postmoderno, è che il ruolo di regolamentazione dello stato sta diventando più forte. Questo è quanto su questa storia stupida, lo stato che sta scomparendo, ecc. Non è vero! Se si vuole avere un’impresa oggi, si deve essere sempre più profondamente legati all’apparato statale.

Questo era il nodo della mia grande lotta con Simon Critchley. Penso sia troppo semplice giocare al gioco moralista – il potere statale è corrotto, allora ritiriamoci in questo ruolo di critica etica del potere. Qui sono un vecchio hegeliano. Odio la posizione dell’”anima bella”, che è: “Me ne resto fuori, in un posto sicuro; non voglio sporcarmi le mani”. In questo senso ironico, sono leninista. Lenin non aveva paura di sporcarsi le mani. Questo è quello che mi manca nella sinistra di oggi. Quando si arriva al potere, se si può, lo si afferra, anche se la situazione è disperata. Fare tutto quello che è possibile. Questo è il motivo per cui ho sostenuto Obama – ok, il mio sostegno non significa niente, ma in quanto gesto pubblico – . Penso che la battaglia che sta conducendo ora per la sanità sia estremamente importante, perché riguarda l’anima stessa dell’ideologia imperante. L’anima vera della campagna anti-Obama è la libertà di scelta. E la lezione, se lui vince, è che la libertà di scelta è qualcosa di bello, ma funziona solo contro uno spesso strato di regole, presupposti etici, condizioni economiche, ecc. Questo è il problema. Come mi piace sottolineare qui negli Stati Uniti, ci sono libertà di scelta a cui sono felice di rinunciare. Mi piace fare un parallelo tra la sanità e l’acqua e l’elettricità. Sì, si può dire di non avere scelta nello scegliere il proprio fornitore d’acqua. È imposto dal luogo in cui si vive. Ma, mio dio, sono contento di rinunciare a questa scelta. Preferisco avere alcune scelte fondamentali fatte dalla società – acqua, elettricità, e un po’ di sanità di base. Precisamente questo apre la porta alla scelta, apre la porta alla libertà di altre scelte. Un’altra cosa importante, e qui sono d’accordo con il grande scettico britannico, John Gray (non sono d’accordo con le sue conclusioni), che dice che oggi siamo costretti a vivere “come se” fossimo liberi. Siamo continuamente bombardati da scelte – e non si riferisce al vecchio, noioso punto marxista che queste sono scelte non essenziali. No, il punto è piuttosto che si è obbligati a scegliere senza neanche avere la qualificazione di base per fare la scelta.

La mia posizione non è che dovremmo sederci e aspettare che venga qualche grande rivoluzione. Dobbiamo impegnarci ovunque possiamo. Se Obama vince la sua battaglia sulla sanità, se qualche specie di colpo di mano ce la farà contro questa ideologia della libertà di scelta, sarà una grande vittoria per cui sarà valsa la pena di aver lottato.

NS: Quelle vittorie a breve termine non dovrebbero essere sottovalutate?

SZ: No. Questo è il malinteso di Critichley nei miei confronti: come se volessi sedermi e sognare una grande rivoluzione. Dico solo che bisognerebbe distinguere tra le battaglie a breve termine meritevoli di essere intraprese e le battaglie a breve termine in cui la protesta è del tipo di quelle che piacciono al potere. C’era un po’ di questo nelle marce contro la guerra in Iraq. Tutti erano contenti. Quelli che organizzavano le proteste sapevano che non avrebbero cambiato niente. A Blair piacevano le proteste – lui o Bush ha detto, sa, questo è quello che vogliamo in Iraq: una società in cui la gente potrà protestare come facciamo noi. Allora, bisognerebbe fare molta attenzione quando si fa qualcosa che sembra essere una forma di protesta. Come funziona veramente? E non è difficile. Se si guarda più da vicino, si sa sempre quello che si sta facendo.

NS: Sta parlando della funzione ideologica della protesta.

SZ: Più che mai, la battaglia da vincere è ideologica. Non intendo in nessun senso pseudomarxista, oscuro – è un’ideologia molto spontanea. Ma non è interessante che l’intellettuale pubblico più influente in tema di politica sia Noam Chomsky, che non sa praticamente niente di teoria politica? Ho incontrato un tizio che recentemente era stato a pranzo con Chomsky e mi ha detto che Chomsky ha detto qualcosa di molto triste: Chomsky ha detto che oggi non abbiamo bisogno di teoria. Il potere è cinico e tutto quello di cui abbiamo bisogno di fare è dire alla gente, empiricamente, quello che sta succedendo. Qui sono in estremo disaccordo. Non penso si debba solo dire la verità in questo senso che si limita ai fatti. La verità nel senso dei fatti – i fatti sono fatti e sono preziosi, ma non possono funzionare in questo o in quel modo. Un bell’esempio qui: c’è una nuova generazione di storici israeliani che sono molto più aperti sulla violenza ebraica contro gli arabi prima dell’indipendenza. E la gente dice: “mio dio, stanno dicendo la verità!” Ma questa verità è stata facilmente preda dei sionisti, che dicono: “vedi, questo è il modo in cui si combattono le guerre – dvevamo farlo”. Se non si cambia lo sfondo ideologico, i fatti da soli non svolgono il compito.

NS: Questo è un argomento per la teoria in senso critico, allora?

SZ: Sì, spiacente: sono un europeo continentale vecchio stampo! La teoria è sacra, ne abbiamo più che mai bisogno.

NS: Il primo capitolo del suo nuovo libro si intitola “È l’ideologia, stupido!” e mi colpisce che l’ideologia sia, per lei, lo strumento concettuale più importante lasciatoci in eredità da Marx.

SZ: Sì, ma se si legge il concetto di ideologia nel modo in cui lo sviluppo nei miei altri libri, sono critico nei confronti di Marx. L’ideologia non è la cosiddetta “sovrastruttura”, un regno ombra e le cose vere stanno accadendo altrove. Per me, l’anima della teoria dell’ideologia di Marx non si trova nell’ideologia tedesca, e in quelle opere giovanili, semplicistiche, stupide che sono completamente sorpassate, ma nel Capitale, dove Marx parla del feticismo delle merci, parla del feticismo come di una specie di ideologia, anche se non usa il termine ideologia. Qui Marx ha superato le sue iniziali semplificazioni, la distinzione tra la base economica e la sovrastruttura ideologica. Questa è la lezione di questa crisi. Anche i neoconservatori intelligenti riconoscono che siamo in un vicolo senza uscita. Qualcuno come Fukuyama chiede in quale misura il funzionamento dell’economia si poggi sugli atteggiamenti ideologici delle persone – se si fidano reciprocamente, cosa pensano, ecc. Una grande voce falsa oggi può praticamente rovinare un intero paese. Allora, non sto dicendo che tutto si dissolve nella psicologia o in qualcosa d’altro. No, il trucco è precisamente quello di vedere in che misura l’economia stessa, per funzionare, debba contare sul fatto di atteggiamenti ideologici.E questo è quello che mi affascina.

Non ho risposte. Quando la gente mi chiede cosa dovremmo fare in tema di ecologia, di crisi finanziaria – mio dio, che ne so? Quello che posso fare, come intellettuale critico, è porre le giuste questioni. Qualche volta è il modo in cui si formula o si percepisce un problema ad essere parte stessa del problema. L’esempio classico è la tolleranza. Com’è che oggi traduciamo automaticamente o percepiamo i problemi del razzismo o del sessismo in problemi di tolleranza?

NS: È l’eredità ideologica del liberalismo classico, no, se guardiamo a Locke?

SZ: Sì, ma d’altra parte si guardi alla grande lotta antirazzista di Martin Luther King. Non usa mai la parola “tolleranza”. Per lui sarebbe stato ridicolo dire che noi neri vogliamo più “tolleranza” dai bianchi. Penso abbia a che fare con quello che si può chiamare il nostro capitalismo postpolitico, culturale, in cui le battaglie più appassionate sono battaglie politiche. Una larga maggioranta della sinistra non mette in discussione la democrazia liberale e il capitalismo in quanto tali. Allo stesso modo in cui quando eravamo giovani volevamo il socialismo dal volto umano, per gran parte dell’attuale sinistra, quello che vogliono è il capitalismo globale dal volto umano. Questo è il motivo per cui il solo modo in cui si possono percepire i problemi è quello di trasformarli o trasporli in problemi culturali. Non credo che sia evidente. Gli intellettuali critici oggi dovrebbero operare per consentire alla gente di sollevare le questioni giuste.

NS: A differenza dei filosofi politici predominanti, lei non è così interessato alla questione della legittimazione, vero?

SZ: Questo focalizzarsi sul potere legittimo è l’argomento su cui non mi focalizzerei affatto. Non è l’argomento che penso sia cruciale. Non disprezzo la democrazia, ma, per me, la democrazia, in senso formale, è preziosa ma non è di per sé il metro di qualsiasi verità infinita, di autenticità o altro. È qualcosa di prezioso, lo so, ma lo sappiamo tutti. Si possono avere elezioni in cui la gente è sedotta da populisti di estrema destra. E qui sono un anarchico senza vergogna. Sono pronto a dire che il risultato è in qualche modo non vero o falso. Anche Karl Popper lo diceva. Dico solo che non dovremmo fare della democrazia un feticcio. Sono pronto a sostenere che si possono avere elezioni democratiche in cui la maggioranza è per il populista di destra e che si ha il diritto di trattare il governo come illegittimo. Non penso che questa procedura democratica formale in quanto tale dovrebbe essere considerata equivalente alla legittimità.

NS: Parliamo della risposta della sinistra alla crisi finanziaria. La sinistra si è consolata con l’idea che la crisi sia una grande opportunità ideologica. Mentre lei scrive che la principale vittima della crisi non sarà il capitalismo, ma la sinistra stessa.

SZ: Sì. A lungo termine, funzionerà come un’altra terapia schock, nel senso di Naomi Klein. Una specie di rottura del sistema che, a lungo andare, contribuirà a rendere il capitalismo più leggero e modesto. La battaglia non è perduta in partenza, comunque. Negli Stati Uniti, ad esempio, quello che conta è rendere accettabile l’idea di azioni collettive ampie. Dovremmo rendere questa idea accettabile. Non sto dicendo che tutto è perduto. È una battaglia aperta. Non facciamoci sedurre dalla semplice idea che questa è una crisi e che possiamo usare questa opportunità per imporre il nostro programma. Quando l’economia è in crisi, la prima reazione della gente è attaccarsi ai propri principi fondamentali. Così negli Stati Uniti si ha questa rinnovata dottrina del welfare socialdemocratico – Krugman, Stiglitz, ecc. Ma allo stesso tempo, c’è stata un’esplosione di interesse in Ayn Rand. Quindi, è una battaglia e dovremmo essere consapevoli del fatto che le battaglie sono sempre difficili. La sola proposta veramente seria che conosciamo è, da una parte, questo keynesismo di sinistra di Krugman-Stiglitz, e, dall’altra parte, questa idea, popolarizzata in Europa e in America Latina, del salario minimo. Mi piace come idea, ma penso sia troppo un’utopia ideologica. Per ragioni strutturali, non può funzionare. È l’ultimo disperato tentativo di far funzionare il capitalismo per finalità socialiste. L’uomo che l’ha sviluppata, Robert Van Parijs, dice apertamente che queste è il solo modo per legittimare il capitalismo. A parte queste due, non vedo nient’altro.

NS: Van Parijs è associato, come sa, al marxismo analitico. E mi chiedevo cosa ne pensa di quella corrente di teoria marxista.

SZ: Conosco alcuni britannici e ho discusso con loro. È lo stesso problema con John Rawls. Rawls stesso, posto di fronte ai suoi critici, ha ammesso una cosa: che questo modello di giustizia distributva, il principio di differenza, ecc., funziona ad una precisa condizione: che non ci sia risentimento. Vale a dire, dato il modo in cui è strutturata la nostra libido nelle società moderne, l’invidia e il risentimento sono cruciali. Rawls non tiene conto dell’irrazionalità dell’invidia. Il capitalismo la sfrutta meglio. Nonostante questi marxisti analitici vogliano essere analisti “senza stronzate”, l’immagine ultima dell’essere umano è basata in modo molto ingenuo e utopico. Non penso che il progetto socialista possa essere ridotto a questo. Ma tuttavia sostengo che nelle relazioni capitaliste attuali l’invidia sia cruciale. Mai sottovalutare il potere dell’invidia. Questa è una visione psicoanalitica.

NS: Voglio chiederle infine cosa ne pensa di quella che Alain Badiou chiama  ”l’ipotesi comunista”. Lei dice che il grande ostacolo per la realizzazione di quell’ipotesi è il problema del soggetto che la compia. Vede un nuovo agente o attore rivoluzionario all’orizzonte?

SZ: No, no. Ma mi lasci definirle chiaramente i limiti del mio comunismo. Il mio problema con Badiou è che ha completamente abbandonato l’economia come spazio della lotta politica. La sola vera domanda per me è molto semplice: Fukuyama aveva torto o no? Vale a dire, abbiamo oggi un antagonismo che, a lungo termine, può essere risolto o almeno affrontato nell’ambito capitalista liberaldemocrtico? Questo è il problema. Per come la vedo io, sfortunatamente, è che tutti i problemi che abbiamo – catastrofe ecologica, problemi di proprietà intellettuale, ecc. – possano essere risolti nell’ambito capitalistico-liberale. Questa epoca sta lentamente giungendo ad conclusione. Il problema per me è che se non vogliamo finire in una specie di società neoautoritaria, in cui avremo tutte le nostre libertà private (si può fare sesso con gli animali, ecc.), ma in cui lo spazio sociale sarà depoliticizzato e molto più autoritario – qui dovremmo fare un patto con i liberali. Solo mettere maggiormente in discussione la nostra società può salvarci. È chiaro che ci stiamo avvicinando ad una specie di punto zero apocalittico. Allora, no, non vedo un agente immediato. Vedo tendenze alla proletarizzazione. Con proletarizzazione intendo gente ridotta quasi ad una specie di livello zero cartesiano – si è un agente libero ma privo di sostanza. Allora è un problema di coalizioni, di come farle. La mia visione senza riserve è che saremo spinti in una situazione in cui dovremmo fare una scelta: o facciamo qualcosa o ci avviciniamo lentamente ad una società in cui non sono sicuro mi piacerebbe vivere.

Intervista di Jonathan Derbyshire a Slavoj Žižek su New Statesman, pubblicata il 29 ottobre 2009

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Dal basso di un blog qualunque, mi trovo spesso a pentirmi di cose che riporto in tema di immigrazione e non solo. Mi è perfettamente chiaro il rischio di moralizzare – in aggiunta al rischio, anzi alla certezza, di non essere in grado di cambiare di una virgola il mondo in cui viviamo, nonostante gli sforzi che faccio nel concreto della mia vita di ogni giorno, sporcandomi le mani.

Dal basso di un blog qualunque, mi pongo una domanda facile ed ingenua: considerato che non c’è nessun merito o colpa a nascere in un luogo anziché in un altro, perché non è consentito di accedere ad un’anagrafe che non sia necessariamente quella del Paese in cui si nasce, perché ad esempio l’ONU, che si occupa dei diritti fondamentali dell’uomo, di prestare aiuto ai rifugiati, ecc., o un’altra istituzione internazionale, ancora tutta da inventare, che abbia le stesse finalità ma che sia anche in grado di concretizzarle, non rilascia carte di identità?

Dal basso di un blog qualunque, rilevo che il presenzialismo di Slavoj Žižek si sta avvicinando a quello di BHL. Impensabile, anni fa.

Dal basso di un blog qualunque, mi sembra che, a differenza di BHL, valga la pena leggerlo o ascoltarlo.

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Intervista di Democracy now!, prima parte

Intervista di Democracy now!, seconda parte

Gli undici

Sai dipingere gli dei e gli eroi, cittadino pittore? È un’assemblea di eroi che ti chiediamo. Dipingili come dei o come mostri, o anche come uomini, se te lo suggerisce il cuore. Dipingi il Grande Comitato dell’anno II. Il Comitato di salute pubblica. Fanne quello che vuoi: santi, tiranni, ladri, principi. Ma mettili tutti assieme, in buona seduta fraterna, come fratelli.

Les Onze, Pierre Michon, Verdier 2009

Il romanzo di Michon è la storia del famoso pittore François-Élie Corentin e del suo famoso quadro esposto sotto vetro nel Pavillon de Flore del Louvre, Les Onze (gli undici commissari Billaud, Carnot, Prieur de la Marne, Prieur-Duvernois, Couthon, Robespierre, Collot, Barère, Lindet, Saint-Just, Saint-André), a partire da Würzburg, dove Corentin impara l’arte da Giambattista Tiepolo, impegnato a dipingere il grande soffitto della scalinata del Palazzo della Residenza, nel cui affresco finisce, biondo, ventenne, Corentin stesso in quella parte dell’opera del pittore veneziano dedicata alle nozze di Federico Barbarossa con Beatrice di Borgogna, attraverso l’infanzia di quello che passerà alla storia come il pittore del Terrore nella natale Combleux, e attraverso poi la storia del quadro e della sua commissione, la sua indimenticabile potenza iconografica, le pagine ad esso dedicate dallo storico Michelet, la Parigi rivoluzionaria del 1794, l’ascesa di Corentin nel firmamento di quelli che, come Giotto, Leonardo, Rembrandt, Goya, Van Gogh, sono diventati nel tempo più che pittori, sono diventati quello che non furono.

Che vi siate fermati ad ammirarlo a lungo nel Pavillon de Flore o che lo abbiate degnato solo di uno sguardo veloce o che l’abbiate snobbato del tutto, probabilmente infastiditi dalla sua fama e sicuramente dalla folla di persone che si accalcano ogni giorno davanti ad esso, o che non ci siate mai passati proprio, nel Pavillon de Flore del Louvre, non conta: il famoso pittore e il famoso quadro non esistono.

Il mercato delle espulsioni comuni europee

Nessuno avrebbe potuto immaginare, qualche anno fa, che dei governi di sinistra, di destra, del sud e del nord si potessero mettere d’accordo sul principio che chi non ha rispettato le regole deve essere ricondotto a casa sua in aereo, in treno o in qualsiasi altro mezzo in modo degno.

È un progresso considerevole.
Bisogna fare di più, voglio dei poliziotti di frontiera europei.

Nicolas Sarkozy in conferenza stampa dopo il vertice europeo, tenutosi a Bruxelles, che ha adottato un documento in cui si chiede l’esame della possibilità di organizzare regolarmente dei voli comuni finanziati dall’agenzia Frontex. Da qua.

Qualche giorno fa la Francia aveva organizzato un volo con la Gran Bretagna per ricondurre degli immigrati afghani nel loro Paese d’origine.

Egregio Signor Liveris,

le vite di decine di migliaia di persone a Bhopal sono state distrutte nel dicembre 1984 da una fuga di gas catastrofica nella fabbrica di pesticidi della Union Carbide. Non c’è stata giustizia e ai sopravvissuti non è stata offerta una riabilitazione adeguata e questo disastro in temini di diritti umani ora si estende a generazioni.
Nessuno ha dovuto rendere conto delle gravi negligenze che hanno condotto alla fuga di gas. La Union Carbide – oggi una consociata completamente controllata dalla Dow Chemical Company – ha lasciato Bhopal senza nemmeno decontaminare correttamente il sito.
Questo 25° anniversario, mi unisco alle migliaia di persone che vogliono fare una promessa a Dow: non potete dimenticare Bhopal – non ve lo lasceremo fare.
Chiediamo a Dow di:
• impegnarsi proattivamente con il governo dell’India per assicurare che il sito sia completamente decontaminato e che adeguati risarcimenti siano riconosciuti alle persone colpite;
• cooperare pienamente nel procedimento legale in corso al fine di assicurare che i responsabili rispondano delle loro azioni.

Cordiali saluti,

Francesca Giovannini

Si firma qua dopo essersi registrati.

Ousmane

Ho detto che non volevo ripartire. La poliziotta mi ha detto: “Ti ammanettiamo… ti mettiamo nell’aereo e ti rispediamo nel tuo paese”.

Ousmane R., arrivato da solo all’aeroporto di Roissy-Charles de Gaulle nel giugno del 2007 all’età di 16 anni.

La zona di attesa è un progresso per gli stranieri, perché permette loro di esercitare i loro diritti ancor prima di essere entrati sul suolo nazionale.

Eric Besson, ministro dell’immigrazione, dell’integrazione, dell’identità nazionale e dello sviluppo solidale, 11 maggio 2009.

È uscito il rapporto di Human Rights Watch “Perduti in zona d’attesa: protezione insufficiente dei minori stranieri non accompagnati all’aeroporto di Roissy-Charles De Gaulle“.

Mettiamoci un tetto

Alcune reazioni alla notizia del rapporto della Caritas sulla presenza degli stranieri in Italia.

Accogliamoli TUTTI
28.10|19:10 xxyyzz
La Caritas fa statistiche incredibili, che rivede-modifica in pochi mesi. Mi ha stufato da un pezzo la Caritas del “accogliamo tutti” , anzi la Chiesa Cattolica che non vuole argini e controlli all’immigrazione. Visione dell’immigrazione pazzesca, ma poi mettiamoci il caso Eluana, no al preservativo sempre, i ROM che non si possono neppure censire e via a seguire. Io ho chiuso con la Chiesa Cattolica e come me in tanti, anzi tantissimi.

Meno male che al governo c’è il PDL
28.10|18:49 Lettore_729747
Se dovesse andare al governo la sinistra la percentuale si raddoppierebbe o triplicherebbe immediatamente a discapito degli italiani originali. E poi l’Europa ci critica per qualche respingimento, e cosi facendo li prendiamo tutti noi e l’Europa gongola.

I BUONISTI PER INTERESSE
28.10|18:47 Lettore_712992
Da Zimmer : Improvvisamente, da circa 3 milioni che erano, sono diventati 4,5 regolari!!! Però nessuno dice che, più o meno, ce ne sono altrettanti di CLANDESTINI e quindi irregolari. Altro che pacchetto di sicurezza!! Caro Maroni qui le cose non vanno affatto bene; come mai dopo il primo respingimento non è stato fatto più nulla? Anzi è di ieri l’arrivo di un altro barcone che Malta non ha voluto. Chi specula sull’arrivo di clandestini? Mi piacerebbe sapere il numero dei rimpatriati, ma penso che sia TOP SECRET.

Un esempio della ricchezza che ci porta l’immigrazione
28.10|18:29 -Indomito-
A Milano, anche grazie alla scellerata liberalizzazione delle professioni, è un proliferare di parrucchieri per donna cinesi. Tagliano i capelli e fanno la piega a 8 euro. Una parrucchiera italiana meno di 16 non chiede, quando va bene. Ovviamente le parrucchiere italiane non reggono la concorrenza, massacrante. E chiudono (colpa anche dello spirito antinazionale degli Italiani che vanno dai cinesi… ma come accusare i nostri pensionati??) … risultato?? distruzione della nostra economia, impoverimento generalizzato. Ed è solo uno della miriade di possibili esempi… ma quale ricchezza dell’immigrazione!! Altro esempio. Da quando Via Padova è un ghetto, i prezzi delle case son crollati del 20 %. e son case dei nostri pensionati… di gente che ha risparmiato una vita…e ora si trova con un investimento frustrato e straniera in casa sua. in Via Padova non vengono ad abitare i profeti e utopisti dell’integrazione…

Dio ci salvi!
28.10|18:22 lawyer.81
Speriamo che questo faccia riflettere tutti coloro che ancora si ostinano a perseverare nel “buonismo-dell’-accogliamoli-tutti”. L’ingresso indiscriminato di così tanti immigrati sta creando (e a mio avviso, ha già creato) una situazione di grave conflitto sociale che, prima o poi, avrà conseguenze drammatiche. Se non oggi, sicuramente per i nostri figli, che saranno, ahimè, stranieri nella propria patria. A meno che le istituzioni, italiane e di tutti i paesi occidentali in genere, assumano un atteggiamento coraggioso (forse non politicaly correct, ma senz’altro responsabile) e dicano basta all’invasione di massa che si sta verificando. Oriana Fallaci aveva ragione quando parlava di Eurabia! Dio ci salvi!

Invasione
28.10|18:14 -Indomito-
E’ una autentica invasione. L’Europa poi non è una landa disabitata che possa reggere questi ritmi demografici. E’ ragionevole temere che questa deriva porterà a un generale impoverimento, degrado sociale, tensioni etniche e infine aperti scontri. Fatevi un giro a Malmoe, in Svezia. Poi venitemi a raccontare le favole sull’integrazione. L’ Europa si sta suicidando

Amici…
28.10|18:11 Giangino
I migranti aspiranti Europei sono sa 150 a 200 milioni. Questa non è un’emergenza temporanea, è un’invasione all’infinito fino a quando ci scanneremo gli uni con gli altri per accupare un metro quadrato. Questo deve finire fin che siamo in tempo.

concorso pubblico per 2 becchini
28.10|18:08 cromat
ma se ieri per TV hanno dato la notizia che non so in quale paese si sono presentati in un numero considerevole di partecipanti per l’assegnazione di 2 posti per l’incarico di becchino.Questa notizia non vi fa pensare e mi rivolgo principalmente a tutti coloro che sono per l’accoglienza illimitata,che anche qui’ in Italia le opportunita’ di lavoro sono calate vertiginosamente?Se per uno stipendio mensile di 1000 Euro(questa e’ la retribuzione per il lavoro di becchino)si sono presentati in tanti vuol dire che anche per i lavori piu’ umili e mal retribuiti siamo arrivati alla saturazione!

E non la vogiono smettere…
28.10|18:08 Giangino
La CEI gli immigrati li può integrare benissimo. “Cittadini del Vaticano”

Poveri noi, tapini i ns figli
28.10|19:51 LU
a cui lasceremo meno di quanto ci hanno lasciato i nostri padri ed in una situazione di maggior competizione per accaparrarsi un tenore di vita che sarà di gran lunga inferiore rispetto a quello che conosciamo già oggi. Ma tanto, come sempre, si guarda all’oggi e non al domani. PS: non mancherà molto e “la raccolta dei pomodori” tornerà ad essere aspramente contesa tra i nuovi poveri, italiani e stranieri, con tanto di disordine pubblico conseguente e disagio sociale; ma nel frattempo, mettiamo ancora più benzina sul fuoco …

Per Indomito
28.10|19:51 NuovaCaledonia
Condivido molto di quello che scrivi. Ma chiedo anche garanzie per il futuro. Le garanzie potrebbero venire da una legge che stabilisca un limite massimo del numero di presenze in percentuale sui “nativi”. Quando la cifra viene raggiunta ( e a mio parere lo è gia) si fermano i flussi migratori fino a quando non si liberano nuovi posti. Se crediamo che una legge di questo tipo sia necessaria credo che dobbiamo darci da fare per creare una corrente di opinione che la supporti.

x fpbelgio. La soluzione
28.10|19:31 -Indomito-
La soluzione è organica: 1 politiche per il sostegno e la liberazione delle economie dei paesi poveri. 2 espulsioni immediate dei clandestini. I paesi che non collaborano sarebbero esclusi da ogni incentivo. 3 politica demografica seria. 4 accoglimento solo degli immigrati provenienti da contesti culturali affini (Romania, Polonia, Ucraina…). 5 Lotta spietata a chi sfrutta la clandestinità. Ovviamente ci sarebbero sacrifici… ma l’identità nazionale e la salvezza di 3000 anni di storia Europea non sono sindacabili.

Chiedo una legge di salvaguardia dell’identità nazionale che fissi il limite massimo di immigrati presenti.
28.10|17:46 NuovaCaledonia
Propongo non più del 7% sia su scala nazionale che locale. Se la soglia viene superata l’immigrazione va bloccata fino a quando non si torna sotto questo valore. Inoltre il reato di immigrazione clandestina va reso più efficente. Propongo inoltre un impegno internazionale a destinare una quota significativa del PIL dei paesi ricchi per la sussistenza e le infrastrutture primarie per il terzo mondo. Quindi aiutiamoli a casa propria ma salvaguardiamo la nostra storia, il futuro dei nostri figli.

Troppi…
28.10|17:46 Zephyrus
E gli irregolari quanti sarebbero, se fosse possibile in qualche modo fare una stima? E’un dato spaventoso, al 31-12-2005 gli immigrati regolari erano 3.035.000 unità, circa 366.000 in più ogni anno sino ad ora, 458.000 circa nel 2008. La Francia al 31-12-2005 (visto che i paragoni con quella nazione si sprecavano) ne aveva 3.263.186, per cui ho ottime ragioni per affermare che ora ne abbiamo molti più di loro e siamo dietro solo alla Germania (al 31-12-2005 7.287.980), ma con questo ritmo è solo questione di tempo. Città come Milano hanno perso la loro identità ormai, a furia di gridare all’integrazione si sono dis-integrati i milanesi. Milano con 195.635 immigrati regolari ha un tasso del 15%.

Immigrazione
28.10|17:46 laga33
L’italia è un paese già sovra affollato è un paese senza risorse minerarie,sensa territori liberi coltivabili,deve immportare di tutto da generi alimentari alle materie prime comprese le energetiche.Pertanto deve limitare l’invasione di immigrati che non troverebbero sistemazioni adeguate di unpaese civile

Eurabia, non la Cina, è vicina
28.10|17:42 Bertoldo41
Il sociologo Marzio Barbagli conferma: «Nel suo ultimo libro, Reflections on the devolution in Europe, Christopher Caldwell calcola che nella Ue ci siano complessivamente 15 milioni di musulmani: soprattutto in Francia, Germania e Gran Bretagna. In maniera documentata, abbraccia la tesi allarmata fatta propria da altri studiosi e giornalisti, tra cui Oriana Fallaci». Bernard Lewis storico e orientalista qualche anno fa affermava che nell’arco di 50-80 anni l’Europa sarebbe diventata un Paese arabo. Un demografo ha previsto che in Italia, perdurando l’attuale denatalità, nel 2050 ci saranno 37 milioni di autoctoni e nel 2100 solo 15 milioni. Oriana/Cassandra Fallaci profetizzava l’Eurabia ed è stata ostracizzata e vituperata da mentecatti autolesionisti (la sinistra miope vede nei musulmani solo voti a proprio favore oggi, non la maggioranza numerica, islamica, di domani). Stiamo seduti sopra una bomba, ignari o indifferenti. Chi vivrà vedrà.

la Chiesa ormai allo sbando
28.10|17:32 -Indomito-
la Chiesa ormai non risponde più (l’ha mai fatto? …forse nel Rinascimento…con l’arte ) al bene della comunità… Agli Italiani chiede solo l’8 per mille, privilegi esorbitanti,… per il resto è ingerente, prepotente, contribuisce allo sfascio di questo Paese promuovendo una immigrazione selvaggia, in un paese sovrappopolato, già allo stremo a causa di un declino epocale. Ma la chiesa crede di poter conventire gli immigrati arabi?? o i cinesi? Illusa… L’Islam è molto più forte e attraente di un cattolicesimo ormai allo sbando e senza credibilità morale-

Immigrazione e sradicamento
28.10|17:11 -Indomito-
Ma secondo voi che interesse avranno gli immigrati, i nuovi “italiani” a conservare le nostre architetture storiche, i nostri monumenti, la nostra storia? Studieremo ancora Dante a scuola? Che fine farà l’arte? specialmente quella “infedele” non gradita agli islamici… Chi non è originario di questo Paese, non si sentirà mai legato ad esso. Lo sradicamento è la radice della morte culturale di un paese. da sempre. Questi immigrati saranno sempre e solo stranieri su questa terra. Basta andare a dare un’occhiata in Svezia, Francia… le seconde e terze generazioni sono meno “francesi” persino delle prime. Sono sradicati. sradicati dalla loro terra d’origine e stranieri in una terra di cui non si sentiranno mai parte. L’uomo non è solo razionalità. E’ anche sentimento, vocazione, senso di appartenenza.

una nazione già sovrappopolata
28.10|17:01 homoereticus
l’immigrazione sarà anche necessaria, ma il nostro paese non può sopportare una crescita demografica ulteriore. Non siamo l’Argentina o il Far West dei secoli scorsi. Non ci sono praterie sconfinate e grandi pianure. Ci sono solo città affolate e inquinate strette tra mari e montagne. Ma naturalmente per la Caritas questi sono dettagli che non contano.

Mistero
28.10|17:01 theunknown
I preti posso capirlo, magari sperano di vedere le chiese di nuovo piene grazie a filippini e polacchi, per non parlare dell’indotto economico che gira grazie all’immigrazione nel settore del volontariato. Ma ancora non ho capito cos’hanno da rallegrarsi i sinistroidi per quest’ondata migratoria della crème de la crème del terzo mondo. Che giovamento ne traete? Futuri compagni elettori?

Dobbiamo per forza essere contenti?
28.10|16:46 Lettore_9803
Ci avevano detto che la percentuale di immigrati in Italia era bassa rispetto a quella europea, troppo bassa; per essere moderni bisognava averne di più. Questo pochissimi anni fa. Quella media l’abbiamo già superata, ma di modernità ne vedo poca, anzi vedo tornare antichi incubi che sembravano cancellati dalla nostra storia. Se tanto non possiamo farci niente, se dobbiamo dirci felici perché è la cosa giusta da dire, OK. Ma io felice non sono. Attraverso Milano e in tanti quartieri Milano non la trovo più. Si parla male della mia città, ma come fa Milano ad esser quella che è stata se in 15 anni la percentuale di abitanti non italiani è salita al 20%? Per 1 abitante su 5 Milano è una città qualsiasi. Nel tempo della crisi economica più grave da ottant’anni in qua è già un miracolo che non ci siano fuochi per strada. Ma è questione di tempo. Lo dico agli apprendisti stregoni.

integrazione o disintegrazione
28.10|16:36 -Indomito-
…si parla e straparla tanto di integrazione (che non si vede da nessuna parte…ma esiste solo come utopia) ma si dimentica, nella paranoia ideologica, di constatare che ci sono alcune comunità immigrate che semplicemente non sono interessate a vivere integrate nel paese ospitante. Chiunque sia a Milano sa che, ad esempio, i Cinesi vivono solo tra Cinesi, da Cinesi, fanno affari e malaffari con Cinesi, … In Svezia gli arabi stanno tra arabi, in Francia accade spesso.. Bruxelles è una città con ghetti paurosi… Ma quale integrazione?? semmai disintegrazione del tessuto sociale e pericolosa tendenza alla formazione di comunità che in futuro confliggeranno.

x WFTE e gli utopisti multiculturalisti.
28.10|16:25 -Indomito-
La storia ha già fornito mille esempi della fallimentarità del modello multirazziale. Ma non mi illudo che ne prendiate atto. Perché la vostra è una visione ideologica e come tale non vede la realtà ma quello che si vorrebbe fosse la realtà. E’ una visione tipicamente egualitarista e quindi già condannata dalla storia. E con pessime conseguenze. Andate a raccontare ai Russi come è stata bella la mescolanza multietnica fatta da Stalin nel Caucaso… tutti i disastri che ancora durano oggi son stati causati dal voler mescolare e far convivere sulla stessa terra popoli diversi.

Tutti qua
28.10|16:08 theunknown
Il giorno che l’Italia sara’ un territorio completamente urbanizzato composto da 200 milioni di persone avremo fatto felici i preti e le anime belle della nostra sinistra.

E quando voteranno
28.10|15:41 silvestro1000
gli ‘italiani’ allora ci sarà da ridere. Per quale motivo dobbiamo distruggere l’Italia per farne un quartiere di Kabul?

Per vitvin, indomito e tuti gli altri che sanno ragionare.
28.10|15:20 NuovaCaledonia
Sarete spero d’accordo con la mia proposta che serve mettere subito un tetto alla percentuale massima di immigrati che possiamo ammettere nel nostro paese. Non è forse questa la prima delle leggi della quale abbiamo bisogno? Quando le statistiche dicono che si è superato il tetto massimo si blocca ulteriore immigrazione. Se non faciamo così dubito che questo paese avrà un futuro decente. O sbaglio?

Caro Enrico S. Lavora anchio a Padova
28.10|15:20 NuovaCaledonia
E vedo la situazione deteriorarsi di giorno in giorno. Se oggi sono 60000 tra quanti anni saranno la maggioranza? Esco la sera e vedo spacciatori che lavorano indisturbati, le bande giovanili proliferano come mai in passato e ci sono quartieri interi che di notte sono vietati. Abbiamo bisogno o no di una legge che fissi un tetto massimo all’immigrazione?

Per L_angelo: Perchè i nostri figli abbiano un futuro decente chiedo un tetto al 7%.
28.10|15:14 NuovaCaledonia
Con l’immigrazione che verrà non ci sarà un bel paese multietnico, ma una società estremamente violenta fatta di cittadini di serie A e cittadini di serie B. Questo è quello che succede in USA, che sta succedendo in Francia in Olanda etc… E questo succede sistematicamente in paesi che sono per risorse e per cultura messi ben meglio di noi. Una legge che stabilisce un tetto al numero massimo di immigrati permette una effettiva integrazione, nei tempi che servono. Senza questo limite si creeranno prima delle periferie di estremo degrado, come sta avvenendo in Francia e poi delle vere e proprie favelas, come in america latina. Con un tetto al numero massimo abbiamo un futuro sia noi che loro, senza di questo avremmo una società sempre più violenta.

RISPETTO DA ENTRAMBE LE PARTI
28.10|14:58 NICA79
Io rispetto gli stranieri che in Italia lavorano, rispettano le leggi e le nostre tradizioni. Io non rispetto gli stranieri che in Italia non lavoro, non rispettano le nostre tradizioni e soprattutto le nostre leggi. E’ necessario fare un distinguo: non è possibile pensare di fare una conversione religiosa e culturale di massa per tutti gli immigrati che vivono e vivranno nel nostro paese, però è anche meno giusto pensare di sacrificare la nostra cultura e le nostre leggi per non offendere e non disturbare gli immigrati. Se molti pensano di dare il voto agli immigrati allora devono anche pensare di ritrovarsi un giorno governati da loro… vi piacerebbe se siete donne essere obbligate a mettere il burqa? Se siete madri o padri vi piacerebbe vedere vostra figlia sottomessa ad un uomo? A me no! Ci vuole rispetto per loro ma soprattutto loro devono rispettare noi, altrimenti prevedono un triste futuro dove inevitabilmente si andrà incontro a scontri civili. Probabilmente il mio commento di prima non è stato da me correttamente inviato oppure non è stato fatto passare perchè riportavo un fatto che mi è successo di recente. Ho fatto l’esempio del burqa, perchè nonostante io abbia amici islamici, sento che inizia a diventare importante il problema della differenza culturale fra alcuni islamici e noi. Il rispetto deve esserci da entrambe le parti e se non arriva dal buon senso deve arrivare dalla legge.

Da preoccuparsi
28.10|14:58 vitvin
Di questo passo ,mettiamoci il cuore in pace,i nostri nipoti ,se ne abbiamo,avranno un’Europa islamizzata e l’Italia sarà la prima, le donne passeggeranno col velo , pregheranno accucciati in moschea e il maiale verrà bandito dalle loro tavole. E’ la matematica che lo dice,un figlio europeo e 5/6 dei migranti,l’equazione torna. Se oggi abbiamo il 7,2% di immigrati ufficiali e la realtà è ancora superiore con una immigrazione cominciata negli anni 80/90. In 20/25 anni sono al 7,2%.Se questi numeri sono esatti,con la loro prolificazione,ben presto ci sorpasseranno. Che il Signore ci aiuti e il Vaticano rifletta su questo nuovo mondo che ci arriva .

Per mirko1972 La Lombardia ha già superato la svizzera!
28.10|14:58 NuovaCaledonia
Con il 23 % come leggo dall’articolo. Serve una legge che metta un tetto alla presenza massima di immigrati e serve subito. E’ impressionante leggere che piu’ del 50% è passato attraverso l’irregolarità.

Non vi è razzismo peggiore del voler mescolare le culture
28.10|14:45 -Indomito-
Mescolare le culture significa distruggerle. Ogni cultura vive ed è vitale solo nel suo ambiente, nella sua storia, terra ed atmosfera. Ciò che si sta facendo è come mescolare i colori e le sfumature di un quadro in un unico desolante e morto grigio.

Non è immigrazione. è invasione!
28.10|14:38 Enrico S.
La maggior parte degli immigrati sono al nord (20% contro l’1% al Sud). Spesso chi li difende vive in città appena sfiorate dal problema. A Padova con 60mila immigrati su 250mila abitanti non mi sento tanto a mio agio!

ha ragione chi ha fatto il paragone con la Jugoslavia
28.10|14:27 -Indomito-
non è questione di regime democratico o regime comunista. E’ la sostanza della società. Lo stato multietnico non è mai stabile. E’ sempre percorso da tensioni pronte a esplodere. L’ Europa si sta suicidando.

Multietnicismo: utopia fallimentare
28.10|14:21 -Indomito-
Non esiste uno stato al mondo dove la multietnicità sia armoniosa e positiva. Persino negli USA, lo stato nato fin da subito come multirazziale e quindi dove nessuno può accampare diritti sulla terra (a parte i poveri Indiani sterminati). Tensioni, conflitti pronti a esplodere… New orleans… Non parliamo di Jugoslavia…e di cosa sta diventando la Svezia

Più bimbi! per lucaw76
28.10|14:14 ASpassoTraLeNuvole
Hai perfettamente ragione, peccato che nè la destra di oggi nè la sinistra hanno la minima intenzione di fare una politica per le nascite. Bisogna fare più figli! Nessuno favorisce la famiglia nemmeno questa destra che se ne riempie la bocca! La sinistra invece è penosa con il suo risolvere tutto con gli immigrati! La maggior parte delle famiglie non fa figli per problemi economici e perchè nessuno sostiene le donne lavoratrici, ci vogliono gli asili nido gratis per tutti e incentivi a chi fa più di un figlio! E poi vogliamo chiamarci potenza mondiale! Per forza che tra trent’anni saremo spariti!

Ingiustizia
28.10|13:48 rojer13
nel nostro paese gli immigrati son favoriti dalle leggi e della costituzione ( e dagli interessi di malavita e imprenditori)…rispetto a chi paga le tasse in questo Paese da generazioni e ha pagato la costruzione di strutture che un “immigrato” da 10 anni trove pronte all’uso. Io non compro casa qui…non ha senso restare ..previrisco emigrare in un latro paese…conviene di più!

esprit, andrà così
28.10|13:42 lettoreexxx
quella che adesso è una minoranza musulmana sara grande abbastanza da modificare le leggi e le tradizioni di questo paese. futuro buio. Anzi senza speranza

La fede cieca nella “Storia” di molti progressisti ricorda molto…
28.10|13:42 effe3461
..la fede cieca che avevano gli aztechi in una loro bizzarra profezia che diceva essi sarebbero stati distrutti da un popolo proveniente da oriente. Quando la manciata di spagnoli di Cortez sbarcò in Messico,essi provenivano effettivamente da oriente. Pur essendo poche decine riuscirono a conquistare un territorio immenso in quanto gli aztechi non si battevano,convinti com’erano che non si poteva “andare ocntro la Profezia”. Ricorda niente,tale scellerata e demenziale posizione fideistica?

Aiutamioli a casa loro
28.10|13:35 -Indomito-
L’unica via per aiutare i paesi poveri è aiutarli sul posto. L’unica via per risolvere i problemi. Non è facendo invadere l’Europa da 50,100 milioni di immigrati che si risolvono i problemi dell’Africa.

ma vi lamentate del 7.2%?
28.10|13:34 mirko1972
In Svizzera la percentuale di stranieri residenti, al termine del 2008, era del 21.7%! Cosa dovremmo dire noi?

è già esistito lo stato multirazziale: la Jugoslavia
28.10|13:34 loris r.
uno stato multirazziale è già esistito in Europa: un insieme di razze, culture messe assieme senza avere nulla in comune se non un’unica autorità… si chiamava Jugoslavia. E tutti sanno com’è finita. Cosa credono,in Europa, imponendo un miscuglio di culture con il solo scopo di avere manodopera a basso costo per le fabbriche, che non vi saranno conseguenze un po’ più in grande di questa forzatura?

Il bello verrà dopo …
28.10|13:26 Lettore_717589
… in un futuro non molto lontano, quando le centinaia di migliaia di figli di immigrati già presenti in Italia non accetteranno di fare i lavori dei loro genitori.In Francia li tengono sotto controllo -per quanto possibile- nelle banlieu ma in Italia, cosa succederà? Non sono per niente tranquillo.

situazione preoccupante…
28.10|13:16 Esprit
nel giro di alcune decine di anni si rischierà di avere grosse minoranze agguerrite in grado di imporre modifiche alle nostre tradizioni… non mi vorrei risvegliare fra una quarantina di anni fra minareti e donne intabarrate. Quanto all’utilità del lavoro degli immigrati, vorrei ricordare che in molti casi specie in periodi come questo lavorano per pochi mesi (il tempo della regolarizzazione) e poi perdono il lavoro, ma rimangono in Italia a carico della collettività! Invece di cercare scorciatoie tipo di dargli il diritto di voto alle amministrative, perchè non gli si richiede dopo 5-10 anni di residenza in Italia per avere la cittadinana (e quindi tutti i diritti degli italiani e i doveri!) di dimostrare con un esame di conoscere la nostra lingua, le nostre leggi e le nostre tradizioni?

Piu’ Bimbi!
28.10|13:12 lucaw76
Purtroppo il vero problema e’ causato e continuera’ ad essere causato dalla poche nascite che accadono fra gli italiani( e soprattutto nell’ultimo decennio), e vorrei proprio dirlo, la vera causa di questo fenomeno di auto estinzione, e’ la nostra irrisponsabilita’ ed il nostro egoismo. Avere figli non e’ un peso economico insormontabile, ma ci vuole la voglia e la responsabilita’ che purtroppo mancano!!

e gli irregolari?
28.10|13:07 Lettore_721733
Quanti saranno? Altri 2 milioni? Se nei parcheggi degli ospedali, dei centri commerciali, dei mercati e mercatini sono pieni di persone immigrate che vendicchiano e chiedono l’elemosina o solo chiedono elemosina, ora anche per tutte le strade, significa che c’è un problema. Il fatto che nessuno ne parli vuol non vuol dire che il problema non c’è. Quel che vediamo da noi non si vede nella Ue. Quindi il problema siamo noi.

TROPPI TROPPI TROPPI
28.10|13:07 lettore1978
Bisogna ridurre il loro numero. Non è assolutamente vero che siamo tenuti a farli entrare tutti. Quello che purtroppo le anime progressiste non capiscono è che con la giustizia lenta e disastrosa che abbiamo ne approfittano molti troppi delinquenti. Inoltre qualcuno spieghi una buona volta perchè dobbiamo prendere immigrati da paesi dove NON si muore di fame: Romania, Marocco, Albania. Restino dove sono.

i nostri antenati son morti in due guerre mondiali perché noi regalassimo la nostra terra a chiunque?
28.10|13:07 -Indomito-
…incredibile come la storia possa sconvolgere eventi e mentalità. E come tanto miopi siano gli imbecilli che non vedono che il fenomeno migratorio segnerà la sparizione della culturà e storia italiane ed europee

Nessuna contraddizione
28.10|13:01 Lettore_717965
Non vedo contraddizioni fra l’integrazione di immigranti regolari che va facilitata e il pacchetto sicurezza che cerca di fermare gli immigrati irregolari e i reati connessi all’immigrazione clandestina. Il pacchetto tutela tutti, a partire da chi viene in Italia regolarmente.

Veramente preoccupante
28.10|13:01 -Indomito-
L’ Italia è una terra di conquista. La nostra cultura sparirà annegata, annacquata. Non ho nulla contro arabi, cinesi, indiani… ma ho molto da ridire contro la distruzione programmata della cultura europea. Faremo la fine delle civiltà precolombiane… invase e sparite.

L’Europa verso la sparizione dalla Storia
28.10|13:01 -Indomito-
Crollo demografico degli Europei e invasione migratoria. Secono proiezioni demografiche già attorno al 2050 il Belgio sarà un paese a maggioranza non europea. Probabilmente già islamico. Olanda e Svezia seguiranno. L’Europa sta sparendo.

Dovremmo essere contenti?
28.10|12:27 Lettore_3596
Non mi pare che sia una notizia da prendere con allegria. Tutta questa gente chiede (diciamo pure pretende)e usa servizi (scuole,ospedali, case popolari) che richiedono anni e grandi investimenti per essere costruiti. Non è certo con il loro contributo economico, vista la bassa qualità del lavoro svolto da loro, i relativamente pochi anni contributivi e di conseguenza lo scarso peso fiscale, che lo stato e gli enti locali provvederanno alla bisogna. Non parliamo poi dei clandestini, che comunque vivono e usufruiscono dei servizi (mezzi pubblici, sanità, ecc.)senza minimamente contribuire, ma creando solo disagio e irregolarità. Last but not least: lo spazio abitativo del nostro paese è nullo ripsetto ai grandi Paesi europei, e già stiamo strettissimi, non c’è fisicamente spazio vitale per tutti, la qual cosa crea già adesso buona parte dell’aggressività e violenza che ci circonda.

Paesi esemplari
28.10|12:27 AModoMio
Non c’è giorno in cui non ci venga poposta la menata per cui Svezia, Finlandia, Norvegia, Austria, Svizzera, Australia… sono un esempio per qualsiasi cosa. Ci tocca sopportare stupide classifiche in cui ogni giorno viene evidenziato come questi Paesi siano avanti in tutto: primi nelle pari opportunità, primi nell’occupazione, primi nel numero di giornali letti, primi per la libertà di stampa. Bene: si sappia che questi Paesi gli stranieri NON li fanno proprio entrare. Anzi, ci manca poco che gli sparano quando sono a 300 km dai loro confini. Come mai nessuno li prende ad esempio anche su questo? Per come la vedo io, sono da esempio SOLO su questo.

Ad essere maligno….
28.10|12:16 altanam
E’ normale! In quale altro paese al mondo gli stranieri, anche se clandestini, possono fare tutto quello che vogliono come da noi? Eppure a sentire le grancasse di certe frange politiche, suonate e ripetute a livello europeo, noi siamo un popolo di razzisti. Ad essere maligno mi va di pensare che la cosa non sia del tutto causale, ma ben manovrata e con un solo obiettivo: ricostituire, o se vogliamo aumentare, quelle schiere di diseredati che, in fondo, fanno sempre comodo a qualcuno.

Ci risiamo…………………
28.10|12:16 visitor123
Ci risiamo, i rappresentanti del Vaticano, ben protetto dalle alabarde degli svizzeri, vogliono l’invasione degli islamici ma per carità si oppongono alla revisione del Concordato. Certo per loro il Risorgimento è stato una perdita ed un fastidio e l’Italia Unita non l’hanno mai amata, e siccome nei paesi islamici i Missionari Cristiani vengono ammazzati ora amano vedere gli Islamici venirein Italia così da ricreare un ambiente multietnico con gli Italiani in minoranza dove operare in sicurezza. Faremo la fine della rana che messa comodamente nell’acqua tiepida non si accorgeva di morire piacevolevolmente ma inesorabilmente all’aumentare della temperatura.

Gli immigrati sono troppi
28.10|12:16 stufomarcio
Finalmente si finirà di scagliarsi contro chi, semplicemente vivendo come la gente comune, si era reso conto da un pezzo che, tra regolari e clandestini, gli immigrati erano troppi e aumentati di numero troppo in fretta. Filamente tacerà chi continuava a blaterare, quasi che l’Italia dovesse per forza allinearsi, che negli altri paesi europei gli immigrati erano molti di più. La Cei è assolutamente irresponsabile: predica a vanvera e non si rende conto che, per non scatenare conflitti sociali sempre più aspri, il fenomeno immigrazione va governato con il massimo rigore.

Mettere un tetto al 7% e bloccare ogni nuovo ingresso.
28.10|12:16 NuovaCaledonia
Questa è la legge da chiedere ai nostri governanti. Un limite di legge al numero di stranieri che possono essere presenti in Italia adesso e nel futuro. Dobbiamo fare questo per salvaguardare la nostra storia e il futuro dei nostri figli.

CEI e Comunisti
28.10|12:16 Pippuzzo46
dietro l’immigrazione, entrambi hanno bisogno di nuovi poveri, ormai le parrocchie sono piene di preti e suore extracomunitari e i rossi che perdono voti ad ogni elezione li vogliono far votare sperando, poveri cialtroni illusi, di raccattare i voti

la chiesa
28.10|12:16 Lettore_735800
se la Chiesa fosse veramente quello che dice di essere e si ispirasse realmente agli insegnamenti di Cristo e San Francesco, allora accoglierebbe tutte queste umili e povere persone (ama il prossimo tuo..) in Vaticano ed in tutte le propietà (monasteri, palazzi, chiese…) che ha sparsi sul territorio. Con buona pace del card. Tettamanzi e della CEI.

A quelli che . . . . .
28.10|11:59 paolo_1954
Per fortuna che, secondo i media stranieri e la chiesa siamo xenofobi e razzisti: penso che, con tutti i nostri difetti, possiamo ancora dimostrare che L’Italia non è certo un paese inospitale. Perchè non parliamo di come sono trattati gli stranieri in Spagna o negli Stati Uniti (anche senza ricordare Sacco e Vanzetti)?

troppi!
28.10|12:16 Lettore_717488
Eurabia!

Serve una legge per porre un limite massimo agli stranieri in Italia.
28.10|12:03 NuovaCaledonia
Serve un tetto massimo alla presenza di stranieri in Italia. Deve essere un tetto che valuta le medie in modo locale e non globale. Non ha senso contare una media del 7.2% su scala nazionale se poi in alcune regioni sono piu’ del 10% e in alcune città raggiungono il 20%. Basta inoltre con le sanatorie. Il reato di immigrazione clandestina va raforzato, serve maggiore rigore ed efficenza nel far rispettare la legge.

La CEI sulla questione immigrazione così come sulle politiche contraccettive sbaglia pesantemente.
28.10|12:03 NuovaCaledonia
La CEI con le sue politiche è corresponsabile delle catastrofi umanitarie di proporzioni enormi che ci saranno nel terzo mondo a causa della sovrapopolazione. Anche per quanto rigurda l’immigrazione mostra notevole cecità. Il reato di immigrazione clandestina è forse l’unica nota positiva di questo governo. Ma è ancora insufficiente e va rafforzato.

mi auguro solo che mio figlio….
28.10|11:59 fabietto77
non si debba sentire “straniero” a casa sua…..

A quelli che . . . . .
28.10|11:59 paolo_1954
Per fortuna che, secondo i media stranieri e la chiesa siamo xenofobi e razzisti: penso che, con tutti i nostri difetti, possiamo ancora dimostrare che L’Italia non è certo un paese inospitale. Perchè non parliamo di come sono trattati gli stranieri in Spagna o negli Stati Uniti (anche senza ricordare Sacco e Vanzetti)?

la cosa mi fà paura
28.10|11:59 carotino70
Questa notizia mi fà paura…ovvio che non c’era bisogno di un articolo per capire che la nostra società stà cambiando radicalmente…ma la conferma è spiazzante…il problema stà nel fatto che molte di queste persone sarebbe meglio non averle qui e non perchè sono razzista ma perchè portano con loro innumerevoli problemi…se nel resto d’Europa le politiche contro l’immigrazione sono più rigide ci sarà un motivo???

Troppi
28.10|11:59 AModoMio
Troppi

*

Sono proprio troppi.

Mettiamoci un tetto, un limite massimo da non superare in nessuno caso.

Agli italiani che la pensano così.

Specie

Web_Zoom

Mantide, Max-Planck-Gesellschaft

*

Folletto. Oh sei tu qua, figliuolo di Sabazio? Dove si va?
Gnomo. Mio padre m’ha spedito a raccapezzare che diamine si vadano macchinando questi furfanti degli uomini; perché ne sta con gran sospetto, a causa che da un pezzo in qua non ci danno briga, e in tutto il suo regno non se ne vede uno. Dubita che non gli apparecchino qualche gran cosa contro, se però non fosse tornato in uso il vendere e comperare a pecore, non a oro e argento; o se i popoli civili non si contentassero di polizzine per moneta, come hanno fatto più volte, o di paternostri di vetro, come fanno i barbari; o se pure non fossero state ravvalorate le leggi di Licurgo, che gli pare il meno credibile.
Folletto. Voi gli aspettate invan: son tutti morti, diceva la chiusa di una tragedia dove morivano tutti i personaggi.
Gnomo. Che vuoi tu inferire?
Folletto. Voglio inferire che gli uomini sono tutti morti, e la razza è perduta.
Gnomo. Oh cotesto è caso da gazzette. Ma pure fin qui non s’è veduto che ne ragionino.
Folletto. Sciocco, non pensi che, morti gli uomini, non si stampano più gazzette?
Gnomo. Tu dici il vero. Or come faremo a sapere le nuove del mondo?
Folletto. Che nuove? che il sole si è levato o coricato, che fa caldo o freddo, che qua o là è piovuto o nevicato o ha tirato vento? Perché, mancati gli uomini, la fortuna si ha cavato via la benda, e messosi gli occhiali e appiccato la ruota a un arpione, se ne sta colle braccia in croce a sedere, guardando le cose del mondo senza più mettervi le mani; non si trova più regni né imperi che vadano gonfiando e scoppiando come le bolle, perché sono tutti sfumati; non si fanno guerre, e tutti gli anni si assomigliano l’uno all’altro come uovo a uovo.
Gnomo. Né anche si potrà sapere a quanti siamo del mese, perché non si stamperanno più lunari.
Folletto. Non sarà gran male, che la luna per questo non fallirà la strada.
Gnomo. E i giorni della settimana non avranno più nome.
Folletto. Che, hai paura che se tu non li chiami per nome, che non vengano? o forse ti pensi, poiché sono passati, di farli tornare indietro se tu li chiami?
Gnomo. E non si potrà tenere il conto degli anni.
Folletto. Così ci spacceremo per giovani anche dopo il tempo; e non misurando l’età passata, ce ne daremo meno affanno, e quando saremo vecchissimi non istaremo aspettando la morte di giorno in giorno.
Gnomo. Ma come sono andati a mancare quei monelli?
Folletto. Parte guerreggiando tra loro, parte navigando, parte mangiandosi l’un l’altro, parte ammazzandosi non pochi di propria mano, parte infracidando nell’ozio, parte stillandosi il cervello sui libri, parte gozzovigliando, e disordinando in mille cose; in fine studiando tutte le vie di far contro la propria natura e di capitar male.
Gnomo. A ogni modo, io non mi so dare ad intendere che tutta una specie di animali si possa perdere di pianta, come tu dici.
Folletto. Tu che sei maestro in geologia, dovresti sapere che il caso non è nuovo, e che varie qualità di bestie si trovarono anticamente che oggi non si trovano, salvo pochi ossami impietriti. E certo che quelle povere creature non adoperarono niuno di tanti artifizi che, come io ti diceva, hanno usato gli uomini per andare in perdizione.
Gnomo. Sia come tu dici. Ben avrei caro che uno o due di quella ciurmaglia risuscitassero, e sapere quello che penserebbero vedendo che le altre cose, benché sia dileguato il genere umano, ancora durano e procedono come prima, dove essi credevano che tutto il mondo fosse fatto e mantenuto per loro soli.
Folletto. E non volevano intendere che egli è fatto e mantenuto per li folletti.
Gnomo. Tu folleggi veramente, se parli sul sodo.
Folletto. Perché? io parlo bene sul sodo.
Gnomo. Eh, buffoncello, va via. Chi non sa che il mondo è fatto per gli gnomi?
Folletto. Per gli gnomi, che stanno sempre sotterra? Oh questa e la più bella che si possa udire. Che fanno agli gnomi il sole, la luna, l’aria, il mare, le campagne?
Gnomo. Che fanno ai folletti le cave d’oro e d’argento, e tutto il corpo della terra fuor che la prima pelle?
Folletto. Ben bene, o che facciano o che non facciano, lasciamo stare questa contesa, che io tengo per fermo che anche le lucertole e i moscherini si credano che tutto il mondo sia fatto a posta per uso della loro specie. E però ciascuno si rimanga col suo parere, che niuno glielo caverebbe di capo: e per parte mia ti dico solamente questo, che se non fossi nato folletto, io mi dispererei.
Gnomo. Lo stesso accadrebbe a me se non fossi nato gnomo. Ora io saprei volentieri quel che direbbero gli uomini della loro presunzione, per la quale, tra l’altre cose che facevano a questo e a quello, s’inabissavano le mille braccia sotterra e ci rapivano per forza la roba nostra, dicendo che ella si apparteneva al genere umano, e che la natura gliel’aveva nascosta e sepolta laggiù per modo di burla, volendo provare se la troverebbero e la potrebbero cavar fuori.
Folletto. Che maraviglia? quando non solamente si persuadevano che le cose del mondo non avessero altro uffizio che di stare al servigio loro, ma facevano conto che tutte insieme, allato al genere umano, fossero una bagattella. E però le loro proprie vicende le chiamavano rivoluzioni del mondo, e le storie delle loro genti, storie del mondo: benché si potevano numerare, anche dentro ai termini della terra, forse tante altre specie, non dico di creature, ma solamente di animali, quanti capi d’uomini vivi: i quali animali, che erano fatti espressamente per coloro uso, non si accorgevano però mai che il mondo si rivoltasse.
Gnomo. Anche le zanzare e le pulci erano fatte per benefizio degli uomini?
Folletto. Sì erano; cioè per esercitarli nella pazienza, come essi dicevano.
Gnomo. In verità che mancava loro occasione di esercitar la pazienza, se non erano le pulci.
Folletto. Ma i porci, secondo Crisippo, erano pezzi di carne apparecchiati dalla natura a posta per le cucine e le dispense degli uomini, e, acciocché non imputridissero, conditi colle anime in vece di sale.
Gnomo. Io credo in contrario che se Crisippo avesse avuto nel cervello un poco di sale in vece dell’anima, non avrebbe immaginato uno sproposito simile.
Folletto. E anche quest’altra è piacevole; che infinite specie di animali non sono state mai viste né conosciute dagli uomini loro padroni; o perché elle vivono in luoghi dove coloro non misero mai piede, o per essere tanto minute che essi in qualsivoglia modo non le arrivavano a scoprire. E di moltissime altre specie non se ne accorsero prima degli ultimi tempi. Il simile si può dire circa al genere delle piante, e a mille altri. Parimente di tratto in tratto, per via de’ loro cannocchiali, si avvedevano di qualche stella o pianeta, che insino allora, per migliaia e migliaia d’anni, non avevano mai saputo che fosse al mondo; e subito lo scrivevano tra le loro masserizie: perché s’immaginavano che le stelle e i pianeti fossero, come dire, moccoli da lanterna piantati lassù nell’alto a uso di far lume alle signorie loro, che la notte avevano gran faccende.
Gnomo. Sicché in tempo di state, quando vedevano cadere di quelle fiammoline che certe notti vengono giù per l’aria, avranno detto che qualche spirito andava smoccolando le stelle per servizio degli uomini.
Folletto. Ma ora che ei sono tutti spariti, la terra non sente che le manchi nulla, e i fiumi non sono stanchi di correre, e il mare, ancorché non abbia più da servire alla navigazione e al traffico, non si vede che si rasciughi.
Gnomo. E le stelle e i pianeti non mancano di nascere e di tramontare, e non hanno preso le gramaglie.
Folletto. E il sole non s’ha intonacato il viso di ruggine; come fece, secondo Virgilio, per la morte di Cesare: della quale io credo ch’ei si pigliasse tanto affanno quanto ne pigliò la statua di Pompeo.

Giacomo Leopardi, Dialogo di un folletto e di uno gnomo, Operette morali, Oscar Mondadori 1988

Uno due tre me

Segni di invecchiamento, di rimpicciolimento e una domanda

Considerato che non sono credente, che non ho parenti siciliani e che non so l’arabo, l’unica spiegazione che mi riesco a dare del motivo per cui mi sono emozionata ed incantata a lungo di fronte ad una pagina di un Corano scritto a Palermo nel 982-983, ultimo pezzo superstite di tutta la produzione dell’epoca fatimide in Sicilia, è quello dell’età che avanza.

Anche i Corani minuscoli turchi di forma ottagonale che stanno nel pugno di una mano, comunque, hanno dovuto sopportare a lungo molti miei sguardi, mentre progressivamente mi sentivo sempre più appagata, ma anche sempre più piccola.

E molti altri ancora.

Specialmente quelli dell’Iran.

Ma non solo.

Praticamente tutti, diciamo.

Roba da sentirsi microscopici di fronte alla caparbietà ostinata di ripetere un lavoro, spesso anonimamente, con umiltà e con risultati sorprendentemente originali e pieni di grazia pur nella costrizione della limitata libertà di azione, tutta concentrata sulla forma da attribuire alle stesse, identiche, parole.

E ora la domanda: è troppo tardi per introdurre nelle legislazioni dei Paesi civili il divieto di smembrare libri antichi per rivenderli in singoli fogli, come ha fatto per esempio un uomo – di cui non citerò il Paese per non passare per antiamericanista – nei confronti di uno dei più begli esemplari del persiano Libro dei re (Shāhnāma), realizzato a Tabriz, in Iran, tra il 1520 e il 1530?

A chi interessasse, qui ci sono molte foto degli oggetti esposti (quella del Corano di Palermo non c’è, mi pare). Guardate che questo è l’unico link di tutto il blog su cui valga la pena cliccare, quindi lo ricopio qui. E qui.

In rete c’è anche qualche foto della Shāhnāma di Houghton, l’uomo di cui dicevo sopra: basta digitare Houghton Shāhnāma o Houghton Shahnamah o Houghton Shahnameh in Google Images. Sempre a chi interessasse.

Taxi

Dedicato a Franz

Il tasso di persone simpatiche, calme, riflessive e rassicuranti tra i tassisti è notevolmente più elevato che nella popolazione media. Almeno questa è la mia esperienza. I tassisti, poi, sono una fonte inesauribile di storie. E questo è proprio un dato di fatto.

Per una volta, nel libro Taxi dell’egiziano Khaled al Khamissi, sono loro l’oggetto di una storia, fatta di cinquantotto conversazioni avute durante gli spostamenti del suo autore in taxi, che offre uno sguardo sulle loro vite a Il Cairo tra il 2005 e il 2006 e, indirettamente, sull’Egitto di quegli anni, nel momento in cui Mubarak si candidava al suo quinto mandato, sulla sua povertà, sulla diversità delle sue sensibilità nei confronti della religione, della storia e degli altri Paesi e sulle aspirazioni della sua gente.

Questa è la quarantaduesima conversazione.

Sai, ho un grande sogno, mi ha detto il tassista. Vivo per realizzarlo, un giorno. Chi non ha sogni non può vivere. Si sente tutto il tempo amorfo. Non riesce a scendere dal letto, si deprime, ha voglia di morire. Con un sogno, ci si agita con altrettanta energia di un cavallo o di una trottola, come un fuoco ardente che non si estingue mai. Io sarei sempre così, tutto fuoco e fiamme, a girare e a girare per raccogliere denaro per quattro anni.

Sai qual è il mio sogno? Voglio prendere il mio taxi fra quattro anni e guidare fino in Sudafrica per assistere alla Coppa del Mondo laggiù. Metto da parte piastra dopo piastra per quattro anni e poi andrò a scoprire il continente africano dall’estremo nord dove siamo ora fino alla sua punta merdionale. Attraverserò tutti i Paesi africani e seguirò il Nilo fino alla sorgente, fino al lago Vittoria. Lungo il cammino, dormirò nella mia macchina e nel bagagliaio metterò cibo sufficiente per due mesi. Scatole di conserve di fave e tonno e tanto tanto pane, perché adoro il pane. Ammirerò le foreste, i leoni, le tigri, le scimmie, gli elefanti e le gazzelle. Conoscerò gente del Sudan e di tutti gli altri Paesi più a sud. Non so ancora esattamente per quali Paesi passerò. Ho comprato un atlante in libreria e ho già guardato un po’, ma non ho ancora scelto esattamente il mio itinerario. Quando arriverò in Sudafrica, andrò alla punta del continente, al bordo dell’oceano e contemplerò da lontano l’Antartico.

Ovviamente guarderò anche tutte le partite. Voglio presentare una domanda alla Federazione africana calcio qui, a fianco del club dell’Ahly a Zamalek, perché mi diano dei biglietti. Siamo tutti africani, sicuramente mi aiuteranno.

Ho guidato tutto il giorno. Sai, sono al volante quasi quindici ore al giorno, sono abituato. Non penso che avrò dei problemi a guidare fino in Sudafrica. È il mio sogno e devo realizzarlo.

Non ho osato dirgli che non c’è strada asfaltata che colleghi la città di Abou Simbel, l’ultima città del sud dell’Egitto, e il Sudan. Né che la strada che sale da Toshka verso il Sudan è chiusa. Né che non c’è nemmeno la ferrovia tra l’Egitto e il Sudan. Neanche che, se raggiungesse il Sudan, gli sarebbe vietato andare nel sud del Paese a meno di ottenere delle autorizzazioni delle autorità a Khartoum, che è impossibile procurarsi. Non gli ho detto nemmeno che un tassista de Il Cairo non ha il diritto di viaggiare.

Ho dimenticato di dirgli che il nostro continente africano è diviso, disperso e resta interamente colonizzato. E che la sola persona che è in grado di viaggiarci non è sicuramente suo figlio l’africano, ma il padrone bianco che ha costruito le porte dell’Africa, che si aprono solo davanti a lui. Siamo ben lontani dal tempo in cui la porta della caverna di Alì Babà si apriva all’ordine: “Apriti Sesamo!”

Taxi, Khaled al Khamissi, traduit de l’arabe (Egypte) par Hussein Emara et Moïna Fauchier Delavigne, Actes Sud 2009

Due auguri dall’Olanda

Due parole in regalo per la Marcegaglia

Diersam

Diersam era un curdo siriano e viveva in Germania. Stava filmando un matrimonio su una barca sul Meno, a Würzburg. Nel riprendere la riva del fiume, ha perso i documenti ed il permesso di soggiorno in acqua. Nonostante non sapesse nuotare, si è immediatamente gettato in acqua nel tentativo di recuperarli. Alcuni degli ospiti si sono tuffati per cercare di salvarlo. L’ha fatto anche una passante che stava passeggiando sulla riva del fiume. Niente da fare, era sparito sott’acqua. Solo i vigili del fuoco, 20 minuti dopo, sono riusciti a recuperare il suo cadavere.

Probabilmente sarebbe riuscito a rifarseli, i documenti. Quasi sicuramente, un tedesco o un altro europeo non avrebbero avuto la sua reazione.

Da Der Spiegel

Non potremo dire “non sapevamo”

Les frontières assassines de l’Europe della rete Migreurop illustra la situazione dei migranti alla frontiera greco-turca, marocchino-algerina, franco-inglese e a Lampedusa. Il rapporto sarà disponibile presto anche in italiano.

Nanette

“Fate qualche cosa, non posso restare qui”.

Nanette, Brazzaville, Congo.

Nanette ha diciannove anni. Fino a mercoledì scorso andava al liceo a Parigi, dove era arrivata nel 2007. Sua madre ha un permesso di soggiorno valido 10 anni, suo padre è morto. In quanto irregolare e maggiorenne, è stata arrestata ed espulsa nello spazio di una giornata, senza nemmeno lasciarle il tempo di avvisare la madre.

È la prima espulsione di un liceale in Francia a partire dall’agosto del 2006.

da l’Humanité

La versione della Prefettura della polizia di Parigi parla di un ritorno volontario.

Dal Nouvel Observateur

Homo Urbanus Europeanus

Il progetto fotografico Homo Urbanus Europeanus di Jean Marc Caracci ha avuto inizio a Bratislava nel giugno 2007 ed è proseguito e sta tuttora proseguendo nelle altre capitali europee. Caracci ritrae persone in aree urbane lasciando meno spazio possibile agli ambienti più noti.

Gli auguro di raccogliere i frutti del suo lavoro.

Sono nato in Tunisia nel 1958, da genitori, nonni e bisnonni siciliani. A 9 mesi, ho lasciato la Tunisia e siamo venuti a vivere a Montpellier, nel sud della Francia. Pratico la fotografia dall’età di 15 anni, da quando ho iniziato con la vecchia Zenith di mio fratello Daniel. Ho imparato molto durante il mio servizio militare, come fotografo del reggimento. Dopo l’esercito, ho iniziato a lavorare per la società Autoroutes du Sud de la France, un lavoro che mi ha dato la libertà di realizzare i miei reportage e di organizzare diverse mostre in Francia e all’estero (Polonia, Ucraina, Egitto). Dal 2006 mi dedico a tempo pieno alla fotografia, principalmente al progetto Homo Urbanus Europeanus. Avendo pochi soldi per vivere in questo momento, ho investito tutto il mio cuore, tutto il mio tempo e la mia energia nella sua realizzazione, nella speranza che presto raccoglierò i frutti di questo lavoro.

Jean Marc Caracci

Ulissi oscuri

Voglio lasciare la Repubblica Federale e abitare nel Meclemburgo “a causa della natura”. E poi “il negozio di merda mi dà sui nervi”.

Gerd K., trentatreenne operaio copritetto di Colonia ai funzionari del Centro di Accoglienza del Ministero degli Affari Interni (Zentrale Aufnahmeheim des Ministeriums für Innere Angelegenheiten), Röntgental, Berlin-Zepernick, DDR, gennaio 1990.

Nello stesso mese di gennaio del 1990 altre 34 persone della Germania dell’ovest si presentarono, come Gerd, al centro di Röntgental per andare a risiedere nella DDR. Negli ultimi mesi di esistenza della DDR, lo fecero circa 300 persone. Dal 1950 al 1968, erano state circa 435 000 secondo fonti della Germania dell’ovest, circa 646 000 secondo fonti della Germania dell’est.

Incomparabilmente meno rispetto a quanti intrapresero il noto percorso inverso, quello della fuga dalla DDR, che solo tra il 1958 e il 1959 interessò più di 310 000 persone e nel complesso più di 3 milioni, tuttavia si tratta sempre di mezzo milione di persone. Due terzi di queste erano persone che avevano precedentemente abbandonato la DDR. La maggior parte di loro fu spinta a farlo per motivi familiari o per mancanza di lavoro, molto meno per motivi ideologici. Al loro ingresso, venivano perquisiti, esaminati, interrogati in estenuanti procedure, non prive di violenze psicologiche, che potevano durare mesi. Una volta ammessi, non diventarono mai a pieno titolo cittadini come gli altri: erano “ospiti tollerati”.

Lo fecero lo stesso.

Dalla NZZ del 24 ottobre 2009.

Se ne è occupata di recente anche la televisione tedesca ZDF.

Anche se con motivazioni e in contesti diversi, mi ha fatto venire in mente la storia degli “Ulissi oscuri”, come li aveva battezzati Claudio Magris, i duemila operai di Monfalcone, ricostruita da Andrea Berrini in Noi siamo la classe operaia. I duemila di Monfalcone, Baldini e Castoldi 2004 e la storia dei 466 comunisti italiani riparati in Cecoslovacchia per sfuggire al carcere, ricordata in forma di romanzo da Giuseppe Fiori in Uomini ex, Einaudi 1993.

vota antinomio, vota antinomio

* è stata giornata abbastanza prolifica.

Non dovrei scriverlo per non influenzare il voto, ma la prima viene da concentrazione selettiva, quella sulle ii del gruppo ll, la seconda viene dal disorientamento totale derivato dall’ingresso in un mondo linguistico tristemente privo di ü, che segnalano immediatamente quando è il momento di chiudere la bocca a culo di gallina, mentre la terza è il risultato di lunghe, estenuanti settimane di quotidiani tentativi di nasalizzazioni.

E fa niente se non vota nessuno, eh. Rientra sempre nell’ambito della mia consueta lotta contro l’Alzheimer. Quando questo blog, che essenzialmente vive solo di questa mia battaglia, si bloccherà su un post, avverrà con tutta probabilità il giorno in cui avrò dimenticato definitivamente la password di accesso.

Platone 2010

L’uomo democratico vive solo nel puro presente, non avendo altra legge che quella del desiderio che passa. Oggi si fa una gran mangiata ben innaffiata di vino, domani ha solo pensieri per Budda, il digiuno ascetico, l’acqua limpida e lo sviluppo duraturo. Lunedì si va a rimettere in forma pedalando per ore su una bicicletta immobile, martedì dorme tutto il giorno, poi fuma e gozzoviglia. Mercoledì dichiara di voler leggere filosofia, ma finisce per preferire non far nulla. Giovedì a pranzo si infiamma per la politica, salta dal furore contro l’opinione del suo vicino e denuncia con lo stesso entusiasmo furioso la società dei consumi e la società dello spettacolo. La sera va al cinema a vedere un filmone medievale e guerresco. Torna a dormire sognando di impegnarsi nella liberazione armata dei popoli asserviti. Il giorno dopo va al lavoro intontito e tenta invano di sedurre la segretaria dell’ufficio vicino. È deciso, si darà agli affari! A lui i profitti immobiliari! Ma è il fine settimana, c’è la crisi, si vedrà tutto la prossima settimana. Ecco una vita, in ogni caso! Né ordine né idee, ma la si può dire piacevole, felice e soprattutto tanto libera quanto insignificante. Pagare la libertà al prezzo dell’insignificanza, ciò non è caro(*).

G. Agamben, A. Badiou, D. Bensaïd, W. Brown, J-L. Nancy, J.Rancière, K. Ross, S. Žižek, Démocratie, dans quel état? La fabrique éditions 2009

* Questo passaggio si trova nel testo de La Repubblica, libro VIII, 561d. La versione offerta è quella (tradotta in italiano) dell’ipertraduzione (francese) integrale di questo libro che Alain Badiou sta preparando e che sarà pubblicata alla fine del 2010.

“Pertanto”, ripresi, “egli trascorre i suoi giorni a compiacere il primo desiderio che gli capita: ora si ubriaca al suono dei flauti, poi beve acqua e segue una cura dimagrante, ora fa ginnastica, talvolta invece se ne sta in ozio e si disinteressa di tutto, e in certi momenti vuole dare persino l’impressione di studiare la filosofia. Spesso prende parte alla vita pubblica e salta su a dire e a fare la prima cosa che gli viene in mente; e se per caso emula qualche uomo di guerra, si volge in questa direzione, se invece emula qualche affarista, si volge da quest’altra parte. Nessun ordine o costrizione regola la sua vita, alla quale si attiene di continuo chiamandola piacevole, libera e beata”.
“Hai descritto perfettamente la vita di un uomo egualitario”, disse.
“Credo pure”, proseguii, “che sia multiforme e piena di tantissime abitudini, e che quest’uomo sia bello e vario come quella città; molti uomini e molte donne potrebbero invidiarlo per la sua vita, in quanto egli racchiude in sé tantissimi modelli di governi e di comportamenti”.
“Costui è fatto proprio così”, disse.
“Vogliamo dunque ascrivere un individuo simile alla democrazia, così da poterlo correttamente definire democratico?”
“Ascriviamolo”, rispose.
Da qui. Volendo, direttamente qui.

Don Basilio!

Il barbiere di Siviglia, atto II, scena IV

Rosina: Teresa Berganza, Figaro: Hermann Prey,  Conte: Luigi Alva, Bartolo: Enzo Dara, Basilio: Paolo Montarsolo, Direttore: Claudio Abbado

oppio sive natura

Se (la febbre) è semplice, la cura generale si riduce ad allontanare tutti gli ostacoli che insorgono, e che impediscono o ritardano l’esecuzione felice del lavoro salutare della natura per vincerla; e si deve avere in vista di correggere e addolcire come dicono la rea qualità dell’umore che l’ha prodotta. Nel primo caso, come abbiamo dimostrato, tali ostacoli da noi già esposti possono allontanarsi col salasso, coll’emetico, col purgante, coll’oppio, e con i medicamenti che allontanano la debolezza del terzo genere.

La filosofia della medicina di Francesco Vaccà Berlinghieri al cittadino Napoleone Buonaparte primo console della Republica francese, Pisa 1801, pag. 93

maligne stelle dell’orsa

influenza

The principles of medicine, on the plan of the Beconian philosophy by Robert Douglas Hamilton, Volume First on Febrile and Inflammatory deseases, London 1821, pag. 113

(sì, Beconian)