Oggi uno ha condiviso il suo ombrello con me. È un gesto comune, in alcune circostanze (era proprio una di quelle circostanze: pioveva, pioveva forte), solo che era un passante. Mi ha offerto di farlo per un tratto e io ho accettato. Grazie, veramente gentile, gli ho detto. A me non era mai capitato prima. Allora gliel’ho detto che era una cosa che non mi era mai capitata prima. Lui ha risposto che anche a lui non era mai capitato prima. E ha aggiunto: “E lei è…?” (ma vous êtes è diverso dal nostro lei, trovo, è più bello). Italiana, ho detto. Al che ha detto che il mio accento è mignon. Mi ha chiesto se mi manca l’Italia. Solo delle persone e certe cose, molto specifiche, gli ho detto. Allora mi ha chiesto se potevo fargli degli esempi. Ecco, io non lo so com’è che mi è venuto in mente di dire ad uno sconosciuto, gentile, ma sconosciuto, che c’è una leggerezza italiana – rara – fatta di poche cose semplici ed essenziali o persino di pochissimo o di niente che, nella sua essenzialità o nella sua pochezza, ha il dono, senza volerlo, senza alcuna pretesa di volerlo, di raggiungere la grazia. Non capiva. Mi ha chiesto se avessi qualcosa di concreto in mente. Allora mi sono trovata impegolata a dirgli che Donizetti aveva musicato una romanza napoletana che fa “Mi voglio fare una casa in mezzo al mare fatta di mura di piume di pavone”. Ha continuato a non capire (ovvio, che esempio mi sono andata a cercare). È che mancava la musica, gli ho detto, e gli ho spiegato come trovarla in rete (tra l’altro suonata sul palco di un teatro che gronda grazia, il teatro palladiano di Vicenza, ma questo non gliel’ho spiegato per non esagerare, però è vero). Mi ha accompagnata fino alla buca del metrò e mi ha assicurato che appena rientrato a casa avrebbe cercato su youtube: donizetti bartoli casa. Ha scandito le parole concentrandosi, sorridendo e accentandole più avanti del dovuto, ma solo leggermente.
“Merci! Bonne soirée“.
“Merci à vous et bonne soirée“.
Mentre scendevo, ho sentito che ha ripetuto: “la grâce“.
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Ho verificato se si trova come gli avevo detto. Funziona.
Nella parte introduttiva del corso annuale di fisica generale a Yale, il professor Ramamurti Shankar, di fronte al variegato gruppo di studenti iscritti al suo corso, alcuni dei quali potrebbero ad esempio diventare medici, fornisce due esempi concreti dei motivi per cui può avere senso studiare la relatività ristretta o la meccanica quantistica:
Supponiamo siate un medico e un vostro paziente si allontani da voi alla velocità della luce: saprete cosa fare.
Se siete un pediatra con un paziente veramente molto piccolo che non riesce a stare seduto è perché le leggi della meccanica quantistica non consentono che un oggetto abbia una posizione ed un momento definiti.
Il professore mette anche in chiaro che in fisica ci si pone delle domande limitate e che non si risponde a tutto:
Nei problemi standard di fisica c’è un edificio alto da cui cadono oggetti: l’oggetto potrebbe essere una persona. Non ci chiediamo perché questo tizio stia mettendo fine alla sua vita oggi. Non lo sappiamo, non ce ne possiamo occupare, non diamo risposte a tutto. Vogliamo solo sapere quando toccherà il suolo. E con quale velocità.
Sul promontorio non lontano da Crotone si erge, vicina al mare, una colonna solitaria. È il resto secolare di un immenso tempio di Era Lacinia. Anno dopo anno gli abitanti della regione della civiltà della Magna Grecia venivano da ogni parte nel bosco fuori dalla città per onorare la divinità. Il profondo rispetto per il tempio era nell’antichità così diffuso che Annibale, quando da questo luogo si imbarcò per l’Africa, non solo risparmiò la costruzione, ma fece addirittura sistemare una targa commemorativa nella zona consacrata. Solo l’avido generale Gneo Fulvio Flacco spogliò il luogo sacro, Pompeo proseguì l’opera di distruzione e infine, nel XVII secolo, un vescovo di Crotone usò la struttura come cava di pietra.
Il tempio custodiva tesori incomparabili, tra cui una colonna votiva d’oro massiccio, dipinti del famoso Zeusi nonché innumerevoli statue, sopra tutte il vincitore di Olimpia, perché nessuna altra città del mondo antico era così vittoriosa nei giochi come Crotone. Alle navi cha passavano per il mar Ionio, la costruzione sulla vetta orientale dell’attuale Calabria serviva da punto di orientamento. Grandi parti del tempio erano ricoperte da marmo di Paro ed erano anche di marmo, come solo il Partenone, quelle che ricoprivano il tetto dell’edificio.
Oggi si entra nel perimetro del tempio viaggiando attraverso il circondario di Crotone, costeggiando discariche di rifiuti e un paio di alti edifici qualsiasi. A destra c’è un faro e il campo di rovine stesso è ricoperto dai segni scuri di un incendio. A fianco, lattine vuote, contenitori di plastica, bottiglie di bibite; immondizie della civilizzazione ovunque.
L’impressione della colonna solitaria, immediatamente davanti al terreno che precipita verso il mare, rimane però tutta intatta. Nessun resto di costruzione dei tempi antichi tra Paestum e Selinunte esercita un effetto così grandioso come questo pezzo di macerie. È particolare il pensiero che chi ha disposto questo prospetto non sia altro che il caso, che delle quarantotto colonne del tempio ne ha lasciato in piedi solo questa. Due, tre o addirittura più colonne diminuirebbero la maestà di questa impressione.
Da cui la riflessione generale che i grandi effetti non richiedono niente altro che un pensiero, che con mezzi semplici pone in movimento la rappresentazione in modo persistente.
Joachim Fest, Im Gegenlicht – Eine italienische Reise, Rowohlt Taschenbuch Verlag 2007
*
Siamo in quello che è stato l’ultimo rifugio di Annibale in Italia, siamo nella zona dei Brettii, i montanari della Sila che “procuravano ai naviganti alberi maestri e la miglior pece del Mediterraneo”, “temuti dai Greci e invisi ai Romani”, tra i popoli più duramente colpiti da Roma quando il cartaginese lasciò l’Italia, per averlo ospitato ed averne consentita la clandestina, lunghissima permanenza in territorio romano. Per evitare la vendetta romana, a migliaia preferirono imbarcarsi con lui verso l’Africa. Non è incredibile, a pensarlo oggi, che migliaia di montanari calabresi siano andati in Africa per sfuggire alla rappresaglia romana, probabilmente imbarcandosi per la prima volta in vita loro su delle navi? “(I Brettii) di sé non hanno lasciato quasi nulla, tranne la pessima reputazione” tramandata dai vincitori, assolti dalla Chiesa appena nel Settecento dalla calunnia infame secondo cui avrebbero crocefisso Gesù.
Nei Brettii, in Capo Colonna e nel degrado che l’Italia di oggi riserva a questa zona mi ero imbattuta lo scorso anno grazie ad uno scrittore e giornalista italiano.
*
Avrei voluto aspettare le stelle a Capo Colonna, presso Crotone, sulle rovine del tempio di Era Lacinia, là dove Egli incise le sue gesta su una stele di bronzo che Polibio avrebbe fatto in tempo aleggere prima della distruzione. Avrei voluto, ma non è stato possibile, perché a Capo Colonna non ci sono le stelle. C’è troppa luce. Una funebre processione di lampioni simili a capestri ha sconciato il promontorio più bello del Mediterraneo, in mezzo a pomposi manifesti che glorificano la Provincia che ha ucciso la notte. Il mito richiede penombra, e qui nulla dice più del gran fuoco lacinio che dava la rotta ai naviganti tra le coste illiriche, il tacco d’Italia e il cratere fiammeggiante dell’Etna.
Oggi troppe cose devo ignorare prima di carpire quella magia: la devastazione edilizia di Crotone, i bottini stracolmi di immondizia, i bimbi protervi che ostentano impennate in motocicletta, le radio a tutto volume, il parcheggio nuovo già a pezzi, la strada che porta ad un ristorante anziché al tempio. E poi quell’irrigazione a pioggia col sole alto mentre i giornali alzano pianti greci sulla grande sete del Sud. Ma la cosa più umiliante è scoprire che il Capo è superiore a tutto questo: se ne sta con la sua solitaria colonna, come un punto celeste indifferente alla stoltezza degli umani. Fermo come un’astronave, sotto l’ultimo cielo italiano di Annibale.
Paolo Rumiz, Annibale – Un viaggio, Feltrinelli 2008
Mi ha colpito il modo tedesco di regolare i conti con la propria storia, contrapposto a quello italiano. L’ho considerato con un sentimento misto di ammirazione per la costanza e la caparbietà con cui i tedeschi si sono fatti carico per generazioni delle colpe dei padri e di leggero fastidio quando la caparbietà si tramutava e si tramuta in zelo, in riflesso quasi incondizionato quando entra in gioco il loro impresentabile passato. L’ammirazione è mediamente prevalsa in me, che vengo da un paese in cui mi sembra che l’inclinazione prevalente sia quella della noncuranza e della distrazione e che tendo a pensare che, in fondo, scavando con attenzione e onestà, ciascuno ha dei coni d’ombra e dei passati impresentabili. È quindi per me interessante guardare l’Italia osservata attraverso gli occhi di un tedesco, trovarvi simmetrie e asimmetrie, in un gioco di specchi che parte tra l’altro da punti di osservazione del tutto diversi, lui concentrato sui vecchi segni rimossi in Germania o lasciati sbiadire in Italia, io piuttosto catturata dalle targhe commemorative, dai segni apposti successivamente, dalle aggiunte posteriori, frequenti e diffuse in Germania, parziali, insufficienti o del tutto assenti in Italia.
*
MONREALE
In piazza Guglielmo II, sul muro di un vecchio edificio, parzialmente scolorito, c’è ancora un motto di Mussolini degli anni trenta che parla, pomposamente privo di contenuto, dell’Italia come di un’isola che si estende nel Mediterraneo, che per gli altri popoli sarebbe solo una strada, ma per gli italiani la vita.
In questi resti dell’epoca fascista ci si imbatte dappertutto tra Bolzano, Milano e Napoli. Al foro italico a Roma c’è ancora l’obelisco con l’epigrafe “Mussolini Dux”. A differenza dei tedeschi, che l’ombra di Hitler spinge anche dopo generazioni all’esorcismo, l’Italia ha assorbito il dittatore naturalmente nella propria storia. Ciò non ha solo a che vedere con il diverso peso della brutalità dell’uno o dell’altro, ma anche con le esperienze, vecchie di generazioni, che costituiscono l’atteggiamento nei confronti della vita di un popolo. “L’Italia”, disse Mauro Levi, mentre attraversavamo la piazza assieme a Don Calicchio, “non aveva bisogno di Mussolini per sapere che il mondo è governato da farabutti e ciarlatani. Con i tedeschi è diverso. Sono stati presi alla sprovvista da Hitler e di base lo sono ancora”. Da ciò secondo lui sarebbe derivata anche l’indignazione con cui hanno cercato di costringere il mondo ad accettare la loro banale scoperta. In realtà tanta irritazione sarebbe stata solo una forma di rimozione. Un tedesco agisce, persino se spinto da buone intenzioni, in modo ostinato, diceva Levi.
La patetica scritta nella piazza di Monreale è rovinata dalle intemperie. Presto non si potrà più distinguerla. Parlammo del fatto che in Germania una cosa simile sarebbe inconcepibile. Tutti i resti di quegli anni sono stati rimossi. “Siete pur il popolo delle soluzioni finali”, disse M. L. “con o contro Hitler!”. Subito dopo, però, si scusò per la sua osservazione.
Da qualche parte lessi che nell’antica Firenze i nomi dei ribelli, dei traditori e dei trasgressori della legge venivano scritti a grandi lettere su un muro del Bargello e poi abbandonati all’azione del vento e delle intemperie. Non dovevano emergere dal ricordo, ma venire cancellati gradualmente dal tempo.
Joachim Fest, Im Gegenlicht – Eine italienische Reise, Rowohlt Taschenbuch Verlag 2007
Il pomeriggio ancora la via Roma giù fino a via Cavour. In un vicolo laterale c’è il palazzo dei Lampedusa. L’edificio è annerito dall’incendio, le finestre con le cornici classiche sono murate, l’ingresso principale ancora chiuso dalla vecchia porta di legno, diventata marcia. Il 10 luglio del 1943 l’”operazione Husky”, preliminare all’impresa dello sbarco degli alleati in Sicilia, distrusse in pochi attimi le sale affrescate, l’ampia scalinata, il giardino e la preziosa biblioteca. Non amareggiato e nemmeno irritato, solo rassegnato, Lampedusa scrisse che in secondi era stato mandato in rovina da una bomba di Pittsburgh quello che la famiglia aveva costruito nel corso di secoli ed amato.
L’attacco con bombe a grappolo distrusse più di sessanta chiese e palazzi, e assieme a questi innumerevoli quartieri residenziali. Cosa può essere passato nelle teste degli ufficiali di stato maggiore alleati, quando hanno scelto gli obiettivi nel loro quartier generale nordafricano? Perché Palermo era priva di significato per lo sbarco. Forse la mania distruttiva di Hitler, che effettivamente prima di tutto voleva distruggere, ha contagiato gli avversari ancora più di quanto potessero immaginare.
A MARGINE
Mi ricordo di un’annotazione nei diari di Colville in cui al maresciallo dell’aviazione Harris si chiede perché abbia distrutto Dresda, e la risposta è: “Dresda? Di che cosa parla? Non c’è più nessuna Dresda!”
ANCORA SULLA NOTA PRECEDENTE
I cartaginesi distrussero Selinunte, i Colonna e i Frangipani portarono le statue degli antichi nei forni a calce, i francesi demolirono Heidelberg e gli inglesi Copenhagen – e praticamente nessuno rivolse un pensiero alla bellezza di ciò che andava perduto. Da questo si può riconoscere che c’è bisogno della consapevolezza storica e del suo relativo sentimento di pietà per il passato, per avvertire il lutto nelle fini. Per questo motivo la distruzione di Varsavia all’inizio della seconda guerra mondiale, con cui tutto cominciò, fu anche una regressione nel tempo. Tali furono anche i cosiddetti raid Baedeker del maresciallo dell’aviazione Harris fin nelle ultime fasi della guerra, quando tutto era già stato deciso da un pezzo, l’abbattimento del Berliner Schloss e, ancora più tardi, della Potsdamer Garnisonkirche.
Eppure contro tali atti vandalici non si rivolge solo la sensibilità storica. Vi si affianca il fatto che epoche precedenti hanno vissuto nella certezza della bellezza riproducibile in qualsiasi momento. Essa è andata smarrita nel presente. Ciò che è andato distrutto non provoca solo lutto per la perdita. Quasi ancora più impressionante è l’idea del brutto che ne ha preso il posto.
Joachim Fest, Im Gegenlicht – Eine italienische Reise, Rowohlt Taschenbuch Verlag 2007
a mi me parece xenofobia pura y dura. una cosa es preservar los principios eticos/politicos de nuestra sociedad y otra es intentar embalsamar nuestra cultura para que no cambie. la cultura (incluidos aspectos esteticos como la fisionomia de nuestros pueblos) es algo cambiante, nos guste o no. si no, no es cultura, es folclore y cliches. simon p
Non si può amare o odiare un intero Paese, me lo dico sempre, però la Svizzera fa di tutto per non farsi amare, quasi testardamente, piazzata in mezzo all’Europa eppur fuori dall’Unione Europea, sospesa tra la nobiltà dei suoi principi e la concretezza di una storia che li ha tristemente smentiti più volte, letterariamente incomparabilmente meno feconda di un Paese demograficamente, linguisticamente e (visto che oggi vado di avverbi) orograficamente simile come la vicina Austria, anzi, pure con dalla sua il vantaggio di poter disporre, volendo, di forti minoranze linguistiche non tedesche, capace di invitare un regista a ritirare un premio per poi metterlo in carcere, quasi specializzata ad attrarre indelebilmente su di sé tutti i peggiori clichés in circolazione, su cui non mi soffermerò perché noti a tutti.
Mi ci sono sempre voluti degli sforzi enormi ed una infinita fiducia nell’umanità per mantenere un rapporto equilibrato con la Svizzera nonostante tutto, per quello che ha fatto, per quello che non ha fatto e per quello che invece avrebbe potuto fare.
Ora la Svizzera dice di sì al divieto alla costruzione di nuovi minareti e non lo so se riuscirò a sforzarmi ancora.
Alle 14:45, gli unici cantoni che si sono espressi contro il divieto sono quelli di Ginevra, Vaud, Neuchâtel e Basilea città (negli ultimi tre per un pelo, comunque), mentre i risultati del Wallis e del Canton Ticino non sono ancora stati ufficializzati:
Christoph Wehrli, sulla NZZ, commenta il risultato in termini di mancanza di fiducia di sé:
Il chiaro sì all’iniziativa contro nuovi minareti è una sorpresa. I sondaggi avevano lasciato presagire un’approvazione risicata, la maggior parte dei partiti, la Chiesa, l’economia e molte organizzazioni si erano chiaramente espressi contro. Nemmeno la SVP si era impegnata per il sì alla proposta di legge di iniziativa popolare che era stata lanciata dai suoi circoli.
Ora si apre la strada a tre interpretazioni. Chiaramente ha svolto un ruolo l’immagine dell’Islam che quotidianamente viene trasmessa dai focolai di crisi del mondo. È dominata dal fondamentalismo e da conflitti o anche da accese discussioni in alcuni dei nostri Paesi confinanti. I musulmani che vivono da decenni pacificamente in Svizzera provenienti dai Balcani e dalla Turchia sono a riguardo spesso meno presenti forse proprio a causa della loro scarsa visibilità nella coscienza pubblica. Sicuramente c’è stata un’esigenza di recupero per quel che riguarda l’informazione sui musulmani e la discussione sulla loro posizione nella società.
Il minareto si prestava come simbolo per la minaccia della nostra identità e il suo divieto come segno di chi sia qui il padrone di casa. A questo riguardo ai promotori dell’iniziativa è riuscito un colpo politicamente geniale. Non serve, quindi non fa male, possono aver detto alcuni di quelli che hanno votato sì. Per il clima di convivenza e per la reputazione – anche senza di ciò – ammaccata della Svizzera si può comunque temere un danno. E la reazione sostanzialmente ansiosa allo sviluppo di una nuova minoranza religiosa testimonia poca fiducia nei tanto invocati valori dei diritti umani, dell’uguaglianza e dell’illuminismo.
Apdeit: anche il Wallis e il Canton Ticino si sono espressi in un modo che non fa loro onore:
A me ’sta cosa qui allarma parecchio, perché la maggior parte delle persone, in Svizzera, che abbia votato per convinzione o per distrazione, così ha scelto oggi liberamente di votare. Dopo questo, dopo il referendum irlandese, quello francese e quello olandese sull’Europa, dopo l’ennesima vittoria del piccolo populista italiano, dopo quella del piccolo populista francese, dopo l’inarrestabile ascesa del biondone olandese, ecc. ecc., non è che mi piacciano moltissimo i risultati delle libere votazioni/elezioni democratiche in Europa. E alla versione dell’elettore distratto non in realtà ci ho mai creduto. Che cosa c’è di tanto distraente in una vuota cabina elettorale?
Sulla NZZ del 21.11.09 c’è un pezzo, tradotto dall’originale danese, di Jens Christian Grøndahl che prende le mosse da un evento che ha occupato molto i giornali del nord Europa negli ultimi mesi: la navigazione, durante la scorsa estate, di due navi mercantili tedesche attraverso il passaggio a nord-est, per la prima volta avvenuto senza l’aiuto di rompighiaccio.
Grøndahl non si sofferma sulla possibile causa che lo ha reso per la prima volta possibile, il riscaldamento terrestre, che tuttavia i ricercatori marini preferiscono attribuire, più che a cambiamenti termici, a variazioni delle correnti e dei venti, ma si concentra piuttosto sul turbamento che l’evento ha generato nei popoli nordici, che per millenni hanno vissuto ai margini di una regione perennemente coperta di ghiaccio, impercorribile per mare, associata alla mitologia del confrontarsi umano con i propri limiti, appena appena incrinata dalle imprese eroiche di uomini come Rasmussen, Amundsen e Bering, e simbolizzata sulle carte geografiche da delle macchie bianche, una presenza che ha sempre impedito ai nordici di concepire la terra come completamente rotonda.
Chi è nato nella parte settentrionale del continente – prosegue Grøndahl – è, da sempre, abituato a volgere il proprio sguardo a est, a ovest e a sud, mai a nord. Per i popoli del nord, il passaggio di quest’estate delle navi tedesche è stato come una “deflorazione del mito nordico dell’inaccessibilità” e “lascia gli scandinavi con una sensazione straniante e disorientante” (non essendoci il concetto di Heimat in italiano, ho scelto deliberatamente di tradirlo trasponendo heimatlos in disorientante).
Il pezzo si conclude così:
Espresso in termini psicologici, si può dire che non solo gli scandinavi, ma tutti quelli che partecipano alla modernità, hanno finalmente raggiunto la piena maturità, che consiste prima di tutto nell’assumersi la piena responsabilità. Fino al XX secolo siamo stati figli e figlie della natura, e da questo osservatorio la rivoluzione scientifica e tecnologica degli ultimi cinquecento anni si può caratterizzare come una ribellione della gioventù con Prometeo quale modello. Come l’adolescente a dispetto dell’autorità paterna – nella sicurezza segretamente tranquillizzante della sua forza di ribellione -, così l’industrializzazione presuppone implicitamente la mancanza di confini e la superiorità della natura, simbolizzata attraverso le macchie eternamente bianche dei Poli. L’umanità, finalmente adulta, al vertice sul clima di Copenhagen sarà di fronte ad una scelta: parricidio definitivo o assistenza globalizzata agli anziani.
Ci ho pensato un po’, al “No Berlusconi day“. Non tantissimo, solo un po’, ma quel tanto che basta per poter giungere ad una mia personale – e come tale opinabilissima – conclusione.
Auguro all’iniziativa il massimo successo possibile, ma io ne resto fuori, il che è proprio garanzia di successo, vista la mia costante appartenenza ad una minoranza di persone, e lo faccio essenzialmente per tre motivi.
Primo motivo
Non me ne piace il nome, che conferma l’impoverimento della cultura italiana, se si sceglie, per tentare di rimuovere il sovrano, di rifarne il verso. Mi ricorda il Family day, che trovai ridicolo non solo per contenuti e modalità, ma anche per la forma e per il nome.
Secondo motivo
Non me ne piace il colore.
Terzo motivo
Il terzo motivo sta tutto condensato nel fatto che “uccidere i re è inutile” e trovo che sia inutile anche sbarazzarsene pur senza ricorrere alla violenza.
Gli atti di Napoleone o di Alessandro, dalle parole dei quali pareva dipendere che il fatto avvenisse o non avvenisse, erano così poco liberi quanto gli atti di un qualsiasi soldato che andasse alla guerra designato dalla sorte o reclutato. Ciò non poteva essere diversamente, poiché, per adempiere la volontà di Napoleone o Alessandro (le persone dalle quali sembravano dipendere gli avvenimenti) era necessaria la concomitanza di innumerevoli circostanze, senza una sola delle quali i fatti non potevano avvenire. Era necessario che milioni di uomini, nelle mani dei quali era la forza effettiva – soldati che sparavano, trasportavano le vettovaglie e i cannoni – acconsentissero ad adempiere quella volontà di uomini isolati e deboli, e fossero condotti a ciò da un infinito numero di cause complicate e diverse.
Lev Tolstoj, Guerra e Pace, Volume secondo, Libro terzo, pagina 709, Einaudi tascabili, traduzione di Enrichetta Carafa d’Andria
Tu, che mi guardi e sorridi,
mi chiedi: “Chi sei?”
Anima inquieta, mi dici,
tu dunque lo sai.
Tu puoi capirmi
e capire vuol dir perdonare
ed aspettare per questo amore
la verità.
Io sono il vento,
sono la furia che passa
e che porta con sé,
che nella notte ti chiama,
che pace non ha,
son l’amor
che non sente pietà.
Io sono il vento,
se t’accarezzo
non devi fidarti di me.
Io non conosco la legge
che guida il mio cuor,
son l’amor, la passione d’amor,
qualcosa c’è in me,
più forte di me.
Sono l’aria
che talora sospira
e che al sol del mattino
più dolce si fa.
Son la furia
che improvvisa si adira
e che va, fugge e va,
dove andrà, non lo so.
Io sono il vento,
sono la furia che passa
e che porta con sé.
Ho traversato il deserto
cercando di te,
t’amerò, era scritto così,
qualcosa c’è in me,
più forte di me.
Sono l’aria
che talora sospira
e che al sol del mattino
più dolce si fa.
Son la furia
che improvvisa si adira
e che va, fugge e va,
dove andrà, non lo so.
Io sono il vento,
sono la furia che passa
e che porta con sé.
Ho traversato il deserto
cercando di te,
t’amerò, era scritto così,
qualcosa c’è in me,
più forte di me.
Chi divora chi, nella società digitale? La corsa darwiniana tra uomo e computer
Per quanto mi riguarda, devo ammettere che non sono più all’altezza di quanto il nostro tempo richiede alla nostra mente. Dirigo il mio traffico di dati come un controllore di volo il traffico aereo, cercando sempre di evitare una collisione, e sempre col timore di avere trascurato l’essenziale. Senza Google sarei tagliato fuori e non sarei più capace di trovare un artigiano o di fare ricerche.
Non mi sono mai sentito sovraffaticato dai computer. Scrivo ininterrottamente sms e so dove trovare in internet le risposte alle mie domande.
Voglio dire: non sono né un amish dell’epoca di internet né un eremita tecnologico. Ma qualcosa non va più. La mia testa non ci sta più dietro. Immagino di essere allo stesso livello dei miei interlocutori e non ho l’impressione di capire meno il mondo oggi rispetto a prima.
Ma il problema è la mia interfaccia uomo-computer. “Il cervello non è altro che una macchina di carne” ha detto, leggermente sprezzante, già decenni fa, Marvin Minsky, uno dei primi ricercatori nel campo dell’intelligenza artificiale. E la mia “macchina di carne” evidentemente non è più particolarmente capace.
Affinché un cellulare con prestazioni scarse possa comunque mostrare siti web zeppi di cazzilli tecnici, i programmatori hanno inventato un metodo che si chiama “graceful degradation”, in italiano: “degradazione con grazia”. Il sito web in qualche misura si limita per non ferire il cellulare nel suo orgoglio.
Il rapporto tra il mio cervello ed il flusso di informazioni è quello della degradazione con grazia. Avverto che il mio terminale biologico nella mente ha a disposizione solo funzioni limitate e comincia, nella sua confusione, ad imparare un sacco di cose.
Ma ho anche il mio orgoglio. Rendo accessibile la mia mente alle menti degli altri e faccio in modo di stare come molti: per citare una delle parole preferite degli informatici, credo abbia avuto luogo una retroazione che svuota e divora, fino a lasciarne il guscio vuoto, quella parte dell’attenzione che prima dedicavamo a noi stessi. Lo si chiama “feed-back”, letteralmente: una alimentazione all’indietro. Ma chi si nutre della nostra attenzione?
Nessun sms, nessun blog, nessuna e-mail vengono spediti nel vento. Nessuna ricerca, nessun tweet, nessun clic va perso. Nulla scompare, e tutto alimenta banche dati. Alimentiamo con i nostri pensieri, con le nostre parole e con le nostre e-mail la crescita di un cervello sintetico gigantesco.
Mi pare che molta gente si accorga ora che prezzo stiamo pagando. Letteralmente. Non mi riesco a concentrare, dimentico le cose e il mio cervello cede ad ogni distrazione. Vivo costantemente con la sensazione di lasciarmi sfuggire o di dimenticare un’informazione. E la cosa più grave: non so nemmeno se quello che so sia importante o se quello che ho dimenticato sia superfluo.
In breve: vengo divorato.
È un riconoscimento tanto amaro quanto imbarazzante. Non gli si può sfuggire se si spegne lo schermo. Si incontrano di continuo persone che in ogni circostanza mandano sms, controllano l’e-mail, arrivano con il loro laptop, e sempre più spesso sento durante le telefonate questo cliccare da insetti perché il mio interlocutore scrive su una tastiera mentre telefona. Ogni secondo urgono migliaia di informazioni nel mondo che non annunciano più risultati, ma simultaneità. Questa nuova simultaneità di informazioni ha una sorella gemella, che abbiamo battezzato “multitasking”.
Noi tutti, che ci impalliamo davanti agli schermi, siamo uomini che vengono foraggiati; come i possessori orgogliosi di terrarii che facciano piovere nuvole di cibo su animali invisibili nelle loro vasche di vetro. C’è una certa fretta, come se si rischiasse di morire di fame. Ho la sensazione che gli uomini che conosco raccontino cose sempre più velocemente, proprio come se non potessero contare sul fatto che rimanga abbastanza tempo per essere ascoltati, perché la concorrenza delle informazioni è così grande.
Noi, sovraccaricati dalle informazioni, siamo ovunque. Siamo infermieri e medici, poliziotti e insegnanti, giornalisti e scienziati. Siamo anche negli asili e a scuola. E ogni giorno se ne aggiungono di nuovi.
È un processo senza pari. Nessun uomo può più dubitare che siamo entrati in una nuova era, ma aumentano i dubbi sul luogo in cui essa ci stia conducendo.
La sensazione di smemoratezza ed inutilità non è in contraddizione con le gigantesche quantità di dati che vengono salvate ogni giorno, bensì è il risultato di esse. Niente che si disperda più e nessuna domanda che resti senza risposta. Secondo un calcolo dell’università di Berkeley, nel 2002 sono state salvate, su tutti i supporti dati, di stampa ed elettronici, cinque exabyte (5*1018 byte, ndf) di nuove informazioni. L’inconcepibile numero corrisponde a tutte le parole dette dagli uomini sulla terra. L’analisi più recente, che dovrebbe essere pubblicata nel 2010, darà conto di un’ulteriore esplosione di informazioni.
Ciascuna di queste informazioni deve essere prodotta e inviata da qualcuno e letta e salvata da qualcun altro. In mezzo c’è una quantità di spazzatura senza fine, ma anche innumerevoli pensieri e nozioni, che secondo la nostra attuale comprensione dell’intelligenza dovrebbero riguardare ed interessare tutti. “Non ci sono più abbastanza cervelli che possano contenere l’esplosione demografica delle idee”, scrive il filosofo Daniel Dennett.
Seconda parte
Le informazioni divorano l’attenzione
Le informazioni divorano l’attenzione, questa è il loro nutrimento. Ma non c’è abbastanza attenzione per tutte le informazioni nuove, nemmeno più nella nostra vita personale. Le nostre menti sono diventate le piattaforme di una lotta per la sopravvivenza di informazioni, idee e pensieri, e più fortemente alimentiamo i nostri pensieri nella rete, più fortemente veniamo risucchiati in questa lotta, che ha appena cominciato a coinvolgere case editrici e giornali, televisione ed industria della musica.
Ma non ci si illuda. La lotta darwiniana per la sopravvivenza si avvia a sovrapporsi alla vita del singolo, alla sua comunicazione con gli altri, alla sua capacità di ricordare, che è il più grande nemico delle informazioni nuove, alla sua vita sociale, alla sua carriera professionale e al suo percorso di vita, che da molto tempo sono diventati parte fondamentale dell’universo digitale.
Le tre ideologie che negli ultimi due secoli fino ad oggi hanno maggiormente modificato la vita umana sono state il taylorismo – ovvero l’”ottimizzazione del lavoro”, regolata tramite il cronometro e l’obbligo della massima efficienza -, il marxismo e il darwinismo. Tutte e tre le visioni del mondo convivono nell’era digitale in una forma “personalizzata”, non come ideologie, ma come prassi di vita. Il taylorismo in forma di multitasking, il marxismo in forma di informazioni gratuite, ma anche di microlavoro di autosfruttamento in internet, di cui beneficia soprattutto Google, e il darwinismo in forma del vantaggio per colui che per primo ha l’informazione determinante.
L’esplosione di informazioni cambierà la nostra memoria, la nostra attenzione e le nostre facoltà intellettuali, modificherà il nostro cervello, in modo paragonabile solo alle modificazioni dei muscoli e dei corpi umani nell’era della rivoluzione industriale. Nessun uomo può sottrarsi a questo cambiamento. Ma questi sono solo i prodromi di un maggiore cambiamento.
La società digitale si avvia a deprogrammare la propria vita interna. In tutto il mondo i computer hanno cominciato a mettere assieme la loro intelligenza e a scambiarsi le loro condizioni interne; e da un paio di anni gli uomini li seguono su questa strada. Finché si lasceranno guidare dalle macchine, soccomberanno senza speranza. Saremo divorati dalla paura di perdere qualcosa e dall’obbligo di consumare ogni informazione. Disimpareremo a pensare in modo indipendente perché non sappiamo più che cosa è importante e che cosa non lo è. E ci sottoporremo al potere autoritario delle macchine in quasi tutti i campi. Perché il pensiero vaga letteralmente verso l’esterno; esso abbandona la nostra interiorità e passa sul piano delle piattaforme digitali. La sensazione che la vita sia predefinita matematicamente e che non cambierà più nel proprio destino è uno degli effetti più documentati dell’eccesso di informazione.
Ma in internet e nelle tecnologie digitali si cela anche una possibilità enorme, perché c’è una via d’uscita che raramente sembra così accessibile come oggi: la perfezione dei sistemi che si stanno sviluppando, se ci permettiamo di essere meno perfetti, ci aiuta a rafforzare un po’, a partire dalle nostre lacune e dalla nostra incompletezza, quello che i computer non hanno e per cui ci dovrebbero invidiare: la creatività, la tolleranza e la prontezza di spirito.
Anche se alla maggior parte delle persone piacerebbe diversamente, dovremmo accettare che attraverso la nostra comunicazione con i computer diventiamo calcolabili. La maggior parte degli uomini non lo ha ancora riconosciuto. Non serve a nulla protestare. Contro i fatti non si può protestare. Ma bisogna capire con sguardo ingenuo come sia mostruoso e pieno di conseguenze quello che c’è davanti a noi.
Il giornalista americano Stephen Baker ha mostrato nel suo libro “Numerati” come siamo già classificati da programmi di ricerca sofisticati in quanto elettori, acquirenti, blogger e utenti: in comunità (“tribes”) e in soggetti che vengono codificati attraverso numeri. Del software altamente complesso collega clic, parole o suoni con campioni di movimento digitali di altri utenti, cerca corrispondenze o differenze. Questo non significa niente altro che ogni singola persona, aggiunta a molte altre, sarà prima o dopo il risultato di enormi calcoli per i quali solo cinque anni fa non ci sarebbero stati né i computer né i dati. Ne nasce una spirale infinita di calcoli che corrispondono alla natura di algoritmi: e lavorano fino a raggiungere il loro obiettivo, in caso di dubbio in eterno.
L’uomo è una quantità di dati statistica che ad una sufficiente densità rende possibile trarre conclusioni non solo del suo comportamento passato, ma anche di quello futuro. Questo prima di tutto serve allo scopo che le macchine possano leggere meglio il dettaglio – uno scopo che molti di noi, non ci si può illudere, si augurano, aspettano con ansia e che è indispensabile per il funzionamento della nostra società digitale. Quanto meglio il computer ci conosce, tanto migliori sono i risultati delle ricerche con cui esso ci può salvare dall’eccesso di dati che esso stesso genera.
Che cosa comporta tutto ciò? Prima di tutto profitto. Ma quale, se prima o poi non si tratterà più di beni di consumo, ma di decisioni politiche o della propria vita?
La maggioranza ora risponderebbe: allora abbiamo quello di cui ci ha ammonito George Orwell già 60 anni fa. Una società sorvegliata, radiografata, che viene governata da un potere fredddo. O anche, come si è battezzato anni dopo, “l’uomo di vetro”.
Solo che qui non si tratta di sorveglianza. Quest’ultima è un problema serio se gli stati pongono sotto controllo i mezzi di comunicaazione, e si impone con legittimità ed urgenza, ad esempio nel dibattito sul blocco della rete, mettere in dubbio la motivazione dello stato. Ma le possibilità di farsi guidare e consigliare dalle moderne tecnologie dipendono dalla volontà di rendersi trasparenti. La sorveglianza non è necessaria se gli uomini si decidono a mettere le proprie foto in rete, a condividere con il mondo i loro hobbys e le loro antipatie, a rimuovere le pareti della loro sfera più intima. Non si possono affatto sorvegliare uomini di questo tipo. Allora non c’è neanche più alcun potere che li sfrutti. Sono loro stessi questo potere. Si sfruttano da soli.
Terza parte
Google è un motore di potere
Il vero leader di questo sviluppo comunque non è il laptop o l’attuale internet, ma il nostro cellulare. Gli operatori di rete hanno potenzialmente a disposizione un numero impressionante di nostri dati personali di conversazioni, foto, messaggi sms, accessi ad internet ed abitudini, e solo la protezione dei dati impedisce che questi dati vengano analizzati e associati ai nomi reali degli utenti. Attraverso il salvataggio dati sono disponibili all’amministrazione statale e consentono la modellizzazione di profili sociali incredibilmente precisi.
Siamo quindi in una situazione critica: abbiamo bisogno del software che ci analizza per completare il flusso di informazioni. Ma analizzandoci, esso riduce sempre di più la nostra sensazione di poter scegliere ed avere una libera volontà.
Com’è che accettiamo tutto questo senza dubitare neanche vagamente della supposta libertà della rete? Il motivo della nostra ingenuità sta nel fatto che ci immaginiamo i nostri movimenti in rete come una passeggiata in una città: determinata da coincidenze. Non solo crediamo di seguire sostanzialmente la nostra volontà, ma crediamo anche che collegamenti e rinvii siano esattamente casuali come nella vita reale. Considerata la profusione quasi infinita di siti internet, ognuno seguirebbe più o meno le proprie preferenze, linkerebbe quello che gli interessa e le persone che gli piacciono, sicché alla fine sorgerebbe una struttura molto casuale, democratica e incontrollabile.
Ma a partire dalle ricerche del fisico Albert-László Barabási dobbiamo cambiare il nostro modo di pensare. Questi ha scoperto che la struttura complessiva di internet segue leggi di potere. I luoghi di collegamento più potenti, Google o Yahoo, hanno a disposizione un numero astronomico di collegamenti, mentre la maggior parte degli altri ne hanno pochissimi a loro confronto.
Bisogna immaginarsi la cosa così: quando passeggiamo per la città, ogni tanto passiamo a fianco di un paio di persone alte centinaia di metri. E tutto è fatto a loro misura, le strade e i bar, e da loro dipende tutto. Questo ha conseguenze importanti. Significa infatti che persino milioni di commenti che esprimono una determinata opinione non devono più essere rappresentativi.
Google non è solo un motore di ricerca, ma anche un motore di potere e decide nel frattempo dell’esistenza di uomini, cose e pensieri. Il nostro bel nuovo mondo di informazioni viene governato dalle leggi di sopravvivenza di Darwin.
Sembriamo credere di salvaguardare la nostra intelligenza, la nostra formazione e la nostra creatività grazie al fatto che viviamo con i computer in una specie di coesistenza in tensione. Ma non c’è alcuna coesistenza. Dobbiamo lasciar fare ai computer quello che possono fare per essere liberi di fare quello che possiamo per alimentarli con nuovi comandi. Le informazioni digitali ci consentono di ripensare le informazioni anziché di raccoglierle. Non dobbiamo più descrivere il percorso, quindi possiamo riflettere sull’obiettivo.
Il nostro futuro viene deciso nell’ambito dell’apprendimento e della formazione. Ma, in modo completamente disinteressato al fatto che il mondo digitale si avvia a cambiare i nostri cablaggi del cervello come non è mai stato a partire dall’invenzione della lettura, molte scuole ed università continuano a trattare i computer come se fossero televisori che si limitano a trasmettere, peggiorando così la crisi cognitiva. Perché non solo i computer sono puri trasmettitori, lo sono spesso anche gli insegnanti e i professori. Essi trasmettono dalla cattedra le loro informazioni ai riceventi, alunni, studenti, e questi in cambio considerano ciò come “attenzione”, quando guardano il professore. Se c’è stata una trasformazione in macchine, allora è questa.
La risposta non è che le presentazioni in Powerpoint e i computer siano la via di scampo, questi non sono niente altro che strumenti di tortura fintanto che la nostra rappresentazione dell’apprendimento continua a funzionare come se uno stesse alla lavagna e diffondesse informazioni. Ciascuno possiede informazioni. Ma quello che gli uomini devono imparare a mettere in causa è quale informazione sia importante e quale sia irrilevante. Questa è probabilmente la grande ora della filosofia. Perché indipendentemente dal numero di animazioni computerizzate che si usano, se non si comprende che oggi non assorbiamo più conoscenza, ma ne produciamo noi stessi di continuo, che ogni discussione in un seminario o in una classe concorre potenzialmente alla conoscenza attraverso YouTube o Google Scholar, soffochiamo nell’unidimensionalità del puro apprendimento. Con lo sguardo fisso sullo specchietto retrovisore, trascuriamo quasi completamente i nuovi percorsi che potremmo intraprendere.
“L’apprendimento informale” è stato a lungo un’informazione confidenziale di pedagoghi idealistici nella formazione degli adulti. Oggi è inteso come un apprendimento che vuole sgravare la memoria della conoscenza e al suo posto educare a qualcosa d’altro: un cambio di prospettiva, approcci di soluzioni non algoritmiche, quindi completamente imprevedibili. Nel migliore dei casi si tratta di lasciare fare agli uomini quello che sono in grado di fare al meglio – e questo per sbarazzarci di quello che i computer ci sottraggono.
La liberazione dai lavori che i computer sanno svolgere meglio di noi non è ancora arrivata nella maggior parte delle scuole o università. Al suo posto è iniziata una corsa darwiniana tra uomo e macchina. Solo pochi hanno riconosciuto che è più importante insegnare ed apprendere ipotesi, approssimazioni e modi di pensare piuttosto che fatti statisticamente ricercabili. L’apprendimento superiore in Germania, caratterizzato da sviluppi errati come il “Processo di Bologna“, si mostra come apparente segno della classe intellettuale media, ma non è in realtà niente altro che uno spostamento coatto dell’intelletto nel passato. Ci serviamo dell’esperienza, della conoscenza d’oggi e ci aspettiamo da noi stessi e dalla generazione che sta crescendo di leggere, imparare a memoria e allo stesso tempo utilizzare l’elenco telefonico – e questo in tempi in cui l’elenco telefonico non esiste nemmeno più.
Viceversa il computer non può essere il giudice ultimo delle informazioni, dei processi del pensiero umano o delle attestazioni di prestazioni. Più radicalmente i computer intervengono nella nostra lingua e nella nostra comunicazione, più urgente diventa l’educazione che mostra che gli atteggiamenti umani più preziosi, sono caratterizzati dalla non prevedibilità.
Non si deve dimenticare che gli algoritmi sono garanzie. Gli algoritmi prima o dopo raggiungono sempre l’obiettivo che perseguono. Questo equivale in un certo senso alla filosofia di vita capitalistica del “Chi sa qualcosa, la spunta”. Ma ognuno sa anche che questa nella vita reale non è una filosofia di vita, ma spesso una bugia di vita. E che nella vita reale non c’è alcuna garanzia.
Più fortemente gli uomini lasciano controllare il loro ambiente comunicativo globale dalla matematica, più piccole diventano le difese contro tali ideologie. Ma la conoscenza si conquista solo quando si percepisce se stessi come esseri non calcolabili. Gli uomini che vedono il mondo e se stessi solo come parte di processi algoritmici non resistono più alla sorveglianza. Le scuole devono integrare i computer come strumenti che gli studenti non solo utilizzano, ma sui quali devono anche riflettere. Devono imparare a riconoscere che la lingua seducente dei computer offre solo strumenti per rendere possibile all’uomo il pensiero e la creatività.
Il computer non può calcolare, prevedere o chiarire nessun atto creativo. Nessun algoritmo chiarisce Mozart o Picasso o anche solo il lampo dell’intelletto che un qualche studente ha da qualche parte nel mondo.
C’è un mondo che parte dal confine orientale italiano e che arriva a Vladivostok. È grande, nella sua parte occidentale è vicino a noi, ma non lo conosciamo mai abbastanza.
In passato, per arare i campi, dal Friuli orientale fino al Pacifico, si usava un aratro simile (lo lessi in un libro di Magris?).
Anche certe espressioni partono proprio ai confini di casa nostra e arrivano molto, molto lontano. Vengono anche da molto lontano nel tempo. E sopravvivono a tutto.
Così, in russo si dice “limpido come una lacrima” (me lo disse M.).
Sergueï Kravtsov, Dictionnaire russe-français des locutions idiomatiques équivalentes
Mi pare di averlo ritrovato, pur in traduzione italiana (di Giacomo Scotti), in Confini e frontiere di Predrag Matvejević, nel capitolo I nostri talebani, che si trova anche in rete, nel punto in cui scrive di Blagaj, appena a sud di Mostar, e delle sorgenti del fiume Buna:
“È un fiumicello dalle acque gelide come il ghiaccio e chiare come le lacrime”, si legge nelle annotazioni di un cronista antico.
È un mondo grande, talmente grande che, a dispetto degli eventi storici, dei confini e dei loro spostamenti, delle memorie alterate e di quelle rimosse, sopravvive ancora nella città che mi ha visto nascere e dunque, un po’, in me (e dunque viaggia pure un po’). A Trieste, siccome čist in sloveno (e in croato) vuol dire – appunto – limpido, chiaro, ma anche pulito, uno che abbia le tasche ripulite, e quindi sia senza soldi, dice: “son cisto” (un tempo cista, che era indeclinabile).
Nel 2000 Predrag Matvejević torna a Belgrado per la prima volta dopo la guerra.
Naturalmente ho fatto anche il giro delle librerie. Non lontano dal mio albergo c’è la piazza ex Marx ed Engels. Vi si trovava una volta la libreria “Komunist” dell’omonima casa editrice. Ora la piazza porta il nome dell’uomo politico serbo Nikola Pašić, un nazionalista dei primi decenni del secolo appena tramontato; anche alla libreria è stato dato il suo nome, e si chiama Nikola Pašić la casa editrice alla quale appartiene! Quello che vedo nella libreria non potevo immaginarlo neppure in sogno, nonostante tutto. Annoto sul taccuino alcuni titoli di libri, presi a caso e senz’ordine: Srpsko-srpski rečnik (Dizionario serbo-serbo), Srbi, narod najstarji (Serbi, il popolo più antico), Srpska sela (I villaggi serbi), Porodični život Srba (Vita familiare dei serbi), Strategija Srba (La strategia dei serbi), Srbi u svetu (I serbi nel mondo), Srbin povratnik medu Novosrbima (Un reduce serbo fra i neoserbi), Vratio sam se zbog Srba (Sono tornato per i serbi) – un libro questo di Aleksandar Zinovjev, ex dissidente russo che oggi è difensore d’ufficio dello stalinismo. E ancora: Zapisi o srpstvu (Note sul serbismo) delle Edizioni “Nikola Pašić”, Reči vladike Nikolaja srpskom narodu (Messaggi del Vladika Nikolaj al popolo serbo), Pet prvih vekova srpske istorije (I primi cinque secoli della storia serba), Antička Srbija (La Serbia nell’antichità), Zapadna Srbija (La Serbia occidentale), Uspon i pad srpske ideje (Ascesa e decadenza dell’idea serba), Misli srpski (Pensa in serbo!) – opera del poeta Vitezović al quale Slobodan Milošević deve lo slogan populistico “Il popolo viene avanti” che caratterizzò i raduni nazionalistici serbi sul finire degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta. Continuo ad annotare qualche titolo: Srpska zemlja bajka (Terra serba favolosa), Srbski narod kao teodul (Il popolo serbo come teodulo), Život i delo srpskih naučnika (Vita e opere degli scienziati serbi), Videni stranci o Srbiji i Srbima (Illustri stranieri sulla Serbia e i serbi) nel quale si esalta tutto ciò che è serbo, Srpski oficiri u nacionalnoj kulturi (Ufficiali serbi nella cultura nazionale), un libro che si vende insieme alle foto di Draža Mihailović, comandante dei miliziani monarchici serbi, collaborazionisti durante la seconda guerra mondiale; Srbska slobodarska misao (Il pensiero libertario serbo), Srbi narod i rasa: nova vulgata (Serbi: popolo e razza, nuova vulgata), Srbija (La Serbia), Engleska protiv srbskog naroda (L’Inghilterra contro il popolo serbo) nel quale si accusa Churchill di aver voltato le spalle a Draža Mihailović, accettando invece Tito e i suoi partigiani come alleati nella seconda guerra mondiale; Pola veka srpske Golgote (Mezzo secolo di Calvario serbo) sottinteso sotto il regime di Tito; Srbija i Jugoslavija (La Serbia e la Jugoslavia), laddove la Jgoslavia sarebbe la responsabile di tutti i guai della Serbia; Znameniti Srbi muslimani (Illustri serbi musulmani), dove non si tratta di quelli massacrati a Srebenica e a Prijedor; Arbanaško pitanje i srpsko pravo (La questione degli Arbanassi e il diritto serbo), laddove gli Arbanassi non hanno alcun diritto, avrebbero dovuto essere cacciati da tempo, ma forse non è ancora tardi. E potrei continuare nell’elencazione di libri come quelli indicati.
Predrag Matvejević, Confini e frontiere. Fantasmi che non abbiamo saputo seppellire, traduzione di Giacomo Scotti, Asterios Editore 2008
*
Avrei potuto riportare altro, al posto o in aggiunta a questo, a ricordare altre vittime, persone innanzi tutto, anche di altre nazionalità. Ho scelto di limitarmi ai libri e ai libri che si potevano trovare in una libreria di Belgrado nel 2000. Se avessi cercato di bilanciare, di contrapporre, di giustificare, ecc., mi sarebbe sembrato di fare un torto alla cultura serba e a Belgrado, che di questo non hanno bisogno, ma solo dell’augurio che oggi e in futuro si aprano di nuovo al mondo, nonostante le ferite subite ed inferte, anzi, in nome di quelle ferite.
In attesa che l’abolizione dei visti per i cittadini serbi venga adottata presto, come promesso.
non tergiverserò a lungo: al momento non c’è nessuno in Italia la cui storia mi commuova e mi indigni come quella di Roberto Saviano.
(…)
In quanto per metà italiano, quale semplicemente sono, desidero ora dire: il mezzo italiano si vergogna che nell’Europa occidentale ci sia un Paese in cui uno scrittore nel XXI secolo debba temere per la propria vita perché prende di mira i criminali con la penna. Come può essere che in una regione del cuore dell’Europa i criminali siano più forti dello Stato che li dovrebbe perseguire?
Roberto Saviano ci obbliga ad accusare un Paese che quasi tutti noi conosciamo e che molti di noi, nonostante le condizioni insopportabili che si devono ancora una volta deplorare, non possono smettere di amare. Ma lui con i suoi libri e i suoi articoli ha cambiato la nostra visione dell’Italia. È anche merito suo se oggi tutti possono sapere che l’Italia è, come dice lui, una “Repubblica anormale nel cuore dell’Europa occidentale”: una Repubblica in cui si pagano bustarelle per ottenere un appuntamento in un ospedale. In cui le associazioni criminali sembra realizzino guadagni fino al doppio del prodotto interno lordo dell’intero Stato. Un Paese nelle cui campagne vengono sotterrati rifiuti tossici, che contaminano il terreno e l’acqua di falda. E alle cui coste navi con carichi tossici e radioattivi vengono affondate nel mare.
L’Italia – mi fa male dirlo – rischia di diventare moralmente un failing state e questo ha molto a che vedere con la mafia, ma anche moltissimo con i politici al potere e il sistema dei media. Fa onore a Saviano il fatto che finora abbia resistito ad entrare in politica. È ripugnante e al contempo facile a questo punto parlare del Presidente del Consiglio dei Ministri dell’Italia. Ma è anche inevitabile, proprio questa sera. Dipende non da ultimo da una lettera aperta che Saviano ha indirizzato a Berlusconi e che è stata pubblicata sabato da La Repubblica.
(…)
(Roberto,) cerca di continuare ad essere la voce dell’Italia morale – anche se ti è ancora grave! Perché non ci sono più molti in Italia cui si dia ascolto e temo che tu, caro Roberto, debba ricalcare le gigantesche orme di uomini di una volta, come Leonardo Sciascia, Alberto Moravia o Pier Paolo Pasolini.
Signore e Signori, lo so che Roberto Saviano sarà particolarmente contento di questa onoreficenza che riceve questa sera. Il premio Fratelli Scholl è un premio per il coraggio civile – e chi potrebbe dire che lui non se lo sia meritato? Quello che Roberto Saviano non dice, nonostante sia vero: riconoscimenti come il premio Fratelli Scholl sono un piccolo aiuto che ci possiamo permettere, una specie di cordone non solo in segno di riconoscimento, ma anche di protezione. Anche se Saviano lo registra occasionalmente, potrebbe funzionare: l’opinione pubblica è ora la sua protezione più grande. Il Presidente del Consiglio Berlusconi, il Ministro dell’Interno Maroni, i capi di servizi segreti e polizia in Italia devono saperlo:
noi tutti vogliamo condividere una parte di responsabilità per l’incolumità di Roberto Saviano. E per la speranza che un giorno possa ricondurre una vita che si meriti anche questo nome. Poi forse persino in un Paese europeo normale, in cui gli scrittori non debbano più nascondersi.
Dalla laudatio di Giovanni di Lorenzo, caporedattore del quotidiano Die Zeit. L’intero testo si trova qui. Mi scuso per averlo riportato solo a pezzi.
Il sito del Premio Fratelli Scholl, un premio letterario che viene assegnato dal 1980 dall’associazione dei librai tedeschi e dalla città di Monaco al libro che testimoni indipendenza di giudizio e che promuova la libertà civica e il coraggio morale, intellettuale ed estetico e dia impulso importante alla presente coscienza della responsabilità. Il premio è di 10.000 euro e viene assegnato con una cerimonia che ha luogo alla Ludwig-Maximilians-Universität, la stessa dei fratelli Scholl e degli altri studenti della Rosa Bianca.
Migropolis è un libro di immagini (in forma di fotografie, cartografie, statistiche, grafici e diagrammi) e una mostra che cercano di spiegare la città globalizzata usando un prototipo esemplare e di definire la vuota astrazione del termine “globalizzazione” quasi microscopicamente, all’interno di un territorio specifico, quello di Venezia.
Specifico e peculiare per la sua storia, che è da secoli la storia dell’agonia prolungata di una città senza abitanti, per l’afflusso di turisti (56 visite giornaliere per 75 abitanti, contro 9 su 205 di Parigi), per il tipo di turismo, per il modo in cui la città lo accoglie e lo gestisce, per il commercio ambulante e per l’immigrazione, tutti anelli di una medesima catena, tutti indispensabili agli altri, i turisti alla città spopolata, la merce prodotta sottocosto nel terzo mondo ai turisti, gli immigrati, anch’essi del terzo mondo, alla vendita della merce.
Nella sezione Elements/Essays del sito di Migropolis, si trova un saggio del suo autore, Wolfgang Scheppe (cui qui faccio i complimenti per il suo, di sito), che ne spiega lo spirito, i presupposti, la metodologia seguita per tre anni con i suoi studenti del corso di Politiche della Rappresentazione dell’Università IUAV di Venezia. Vi si trova anche un testo intitolato “Archivio del presente”, sempre di Scheppe, che ripercorre la storia più recente di Venezia e dell’Italia:
Il cronista delle contraddizioni nella Città Globale è costretto ad osservare come il suo tentativo di creare un archivio del presente si frantumi in storia nelle sue mani. Nel caso di questo progetto è stata una storia di un’escalation.
Quello che era stato pianificato come una sezione trasversale simultanea di un territorio è evoluto in una descrizione di un processo vieppiù senza fiato. Si è concluso con il discernimento di cambiamenti nel paesaggio urbano quotidiano, causato dal consolidamento del razzismo come politica ufficiale del governo, la cui manifestazione legale alla fine è culminata nella criminalizzazione degli immigrati e nella militarizzazione della città.
Per la grande maggioranza della popolazione mondiale, la libertà di movimento sotto il regno della globalizzazione significa in realtà la necessità economica di fuggire la povertà e, al contempo, l’obbligo politico di trattenersi da tale fuga. Questi individui sono stati resi superflui dalle condizioni della produzione del benessere che si affermano su scala globale, mentre allo stesso tempo si confrontano con confini che conferiscono loro lo stato di illegalità. In Italia, stime del governo contano più di un milione di immigrati privi di documenti, che si rendono utili nelle pulizie domestiche e nell’assistenza agli anziani della borghesia, come braccianti, operai edili e lavoratori a giornata dell’industria. Sono sottopagati perché la loro illegalità li rende esposti all’estorsione. A differenza dei migranti che lavorano nell’economia di strada informale, che rimangono esclusi dal lavoro nero, sono invisibili. I venditori ambulanti di strada illegali, invece, sono diventati la norma piuttosto che l’eccezione nelle metropoli turistiche. La presenza di immigrati africani neri, in particolare, viola la prescritta distanza fisica e psicologica: spinti dalla necessità economica di portare l’Alterità nell’agorà, rappresentano un attraversamento del confine categorico. Non è il loro numero, ma la loro visibilità che insidia la sicurezza della società dei consumi sicura di sé. Le loro forme e i loro segni emulano il mercato in un’interpretazione miserabile ed improvvisata, che esibisce illegalmente i suoi idoli di significato, i prodotti di marca contraffatti.
La dichiarazione iniziale del terzo governo Berlusconi si è avvalsa dell’associazione connotativa tra criminalità ed immigrazione. Questo è stato convertito in un programma. La questione politica dell’immigrazione – denominata esclusivamente come “problema dell’immigrazione” da politici e opinione pubblica – è stata poi affrontata solamente come questione criminale(1). Il fatto che questo razzismo istituzionale abbia classificato lo straniero come un pericolo e l’abbia reso un atteggiamento sociale obbligatorio può essere osservato nei pogrom che hanno seguito il cambio di governo(2) nonché nel comune toponimo italiano per colui che è etnicamente contrassegnato come Altro: extracomunitario(3). Questo legame tra criminalità ed immigrazione è stato messo legalmente in pratica(4) sotto l’influenza del partito xenofobo populista Lega Nord, dalle cui fila è stato scelto il Ministro dell’Interno come parte della coalizione di governo. La proclamazione di uno stato di emergenza, la trasformazione di centri di accoglienza in prigioni, un internamento fino a 18 mesi per gli immigrati illegali, la possibilità alternativa dell’espulsione immediata, l’inasprismento dei controlli delle richieste di asilo, l’introduzione di milizie di cittadini contro gli immigrati e infine la punizione della presenza non autorizzata nel paese come reato penale sono stati i risultati della politica interna del primo anno di questa legislatura. A livello di politica estera, lo stesso epiteto di “trionfo” è stato applicato celebrando l’escalation delle operazioni internazionali di sicurezza ai confini: una nuova posizione è stata annunciata nei confronti dei rifugiati che arrivano su barche nel Mediterraneo, che sono ora intercettati in alto mare e costretti a ritornare con l’uso della forza militare – in violazione sia del diritto di asilo sia del diritto della navigazione(5). Questa pratica è stata suggellata da accordi bilaterali con gli stati nordafricani, che hanno accettato di accogliere senza formalità rifugiati in campi dove, lontani dalla distante Europa, viene loro concesso un diritto formale di richiedere asilo. Su entrambi i fronti, l’Italia ha posto nuovi standard nella politica europea sugli stranieri.
L’ultima mediatizzazione di Venezia nei giornali internazionali(6) prima delle conclusioni di questo progetto è giunta in un rapporto secondo il quale l’amministrazione provinciale ha deciso congiuntamente al Ministero della Difesa che Venezia divenisse la prima città europea ad usare l’esercito in un giro di vite contro gli immigrati e la loro economia parallela(7). L’assioma e l’idiosincrasia di questo progetto si è rivelata ancora una volta vera: Venezia è una città esemplare.
Nel suo resoconto su Venezia, uno storico borghese(8) del diciannovesimo secolo concluse che la costituzione politica della Repubblica medievale considerava l’abbandono delle regole quale regola. La preservazione dello stato aveva precedenza su qualsiasi legge. La natura del nomos non è cambiata. Immanente alla legge è la sua eccezione. O, come espresso da Walter Benjamin nelle sue famose otto tesi sulla storia: “La tradizione dell’oppresso ci insegna che lo stato di emergenza in cui viviamo non è l’eccezione, ma la regola”(9).
L’ultima sequenza nell’ultimo film di Debord mostra di nuovo Venezia. La voce dello stesso Debord narra le immagini in movimento: “In ogni caso, si attraversa un’epoca passando il promontorio della Dogana – cioè, piuttosto velocemente. Dapprima, avvicinandovisi, non lo si nota. Poi lo si scopre quando ci si trova di fronte, e non si può fare a meno di riconoscere che è stato progettato per apparire in questo modo particolare e non in un altro. Ma si sta già passando il capo e lasciandolo dietro di sé, diretti verso acque sconosciute” (10).
(3) È illuminante come il legame tra criminalità ed immigrazione sia stata incoronata da usi linguistici. Nella banca dati del vocabolario internazionale dell’Università di Lipsia, un’indagine condotta nell’agosto del 2009 ha mostrato che “illegale” ha la più grande frequenza in associazione a “immigrato”. Viceversa, “illegale” si trova più frequentemente in prossimità a “straniero” http://corpora.informatik.uni-leipzig.de
(5) Alla fine di luglio, i giornali internazionali hanno riportato che il figlio del segretario della Lega Nord ha rilasciato un gioco per computer dal nome “Rimbalza il clandestino”. Il vincitore è quello che dispone di più barche di immigrati. “Die Lega Nord und die Regionalisierung Italiens“, SZ, 01.09.09
(7) La provincia amministrata dalla Lega Nord si trova in conflitto con il Comune di Venezia, che non sostiene la sua spinta verso la militarizzazione.
(8) H. Kretzschmayr, Geschichte von Venedig, vol. 2. Gotha, 1905-1934, p. 132
(9) W. Benjamin, Über den Begriff der Geschichte, 1939, in: Gesammelte Schriften, vol. 1.2, 1974
Lo chiamarono Robespierre le Petit, Robespierre le Jeune, Bonbon (il suo nome completo era Augustin-Bon-Joseph), per distinguerlo dal fratello Maximilien-Marie-Isidore, l’Incorruttibile.
Augustin, a differenza di Maximilien, non si rinchiuse in un appartamento di Parigi a impartire ordini ai rivoluzionari, vide la lama del boia in azione e vide il sangue, accettò missioni rischiose nel sud del paese negli anni del Terrore e della guerra civile, vide il carrierismo repubblicano nelle province, ma finì, in quegli stessi anni, probabilmente per aver visto tutto questo, con l’aprire le porte delle celle di alcune carceri, col suggerire di reintrodurre la libertà di culto, forse persino in alcuni casi col fermare il boia e col chiedere al Comitato di Salute Pubblica di arrestare la rivoluzione per salvarla: “È dato a così pochi di sentire che non si può e non si deve più rivoluzionare un paese rivoluzionato”.
Lo giustiziarono come Maximilien, nello stesso giorno, il 10 termidoro dell’anno II (28 luglio 1794), nello stesso posto, in Place de la Révolution, allo stesso modo, con la ghigliottina, nelle stesse condizioni di agonia, Maximilien dopo aver tentato il suicidio esplodendosi un colpo di pistola in faccia (secondo altre versioni il colpo sarebbe stato tirato da un gendarme “dal cognome impagabile”, Jean-André Merda), lui dopo essersi gettato dal balcone del primo piano dell’Hôtel de Ville, in cui era stato imprigionato avendo scelto di condividere la sorte del fratello durante la seduta della Convenzione nazionale del giorno prima: “Io sono altrettanto colpevole di mio fratello: ne condivido le virtù. Chiedo il decreto di accusa anche contro di me”.
Grazie al lavoro di uno storico italiano che seguo da qualche anno e grazie a G., che me ne ha regalato l’ultima opera, è ridiventato Augustin, non Robespierre le Petit, ma Augustin Robespierre.
Sergio Luzzatto, Bonbon Robespierre. Il Terrore dal volto umano, Einaudi 2009
Montesquieu, Lettres persanes, XXX: “Mais, si quelqu’un, par hasard, apprenait à la compagnie que j’étois Persan, j’entendois aussitôt autour de moi un bourdonnement: Ah! ah! monsieur est Persan? C’est une chose bien extraordinaire! Comment peut-on être Persan?”.
Come nella Parigi del XVIII secolo il persiano, il siciliano è oggi nel mondo – le altre regioni Italiane comprese – oggetto della stessa attenzione, dello stesso stupore, della stessa domanda. Sicché potremmo tradurre: “Ma se qualcuno, per caso, comunica alla compagnia che io sono siciliano, subito sento intorno a me levarsi un mormorio: “Ah! ah! Il signore è siciliano? È una cosa davvero straordinaria! Come si può essere siciliano?”. E si noti bene: il persiano di Montesquieu non aveva nulla che in un salotto parigino lo distinguesse come persiano; è soltanto nell’apprendere che è persiano che la compagnia manifesta meraviglia e si chiede come è possibile essere persiano, quasi che l’essere persiano implicasse una diversità e difficoltà di vita alla compagnia, alla Francia e all’Europa ignote.
In questa forma paradossale, Montesquieu ha voluto rappresentare i pregiudizi etnici e razziali; ma appunto questi pregiudizi alimentano le diversità e rendono difficoltoso l’essere siciliano o sardo o corso. E non che diversità e difficoltà non ci siano: ma non sarebbero tali da provocare conflittualità e chiusure se i pregiudizi non le accentuassero ed esasperassero; se remore, difetti e virtù (spesso alle remore e ai difetti corrispondono virtù) venissero messi in conto della varietà del mondo e non della inimicizia col mondo.
(…)
Pure parlando di Verga, e del romanzo di cui è protagonista Mastro Don Gesualdo, ad un certo punto David Herbert Lawrence dice: “Gesualdo è un uomo comune, dotato di energia ecezionale. Tale è, naturalmente, nell’intenzione. Ma egli è siciliano. E qui salta fuori la difficoltà(*)”.
La difficoltà. Non si poteva dir meglio, e con una sola parola (ma è giusto segnalare, tra le cose più acute che siano state scritte su Verga e sulla Sicilia, l’intero saggio di Lawrence). Sicché alla domanda “Come si può essere siciliano?” un siciliano può rispondere: “Con difficoltà”.
Leonardo Sciascia, Fatti diversi di storia letteraria e civile, Piccola Biblioteca Adelphi 2009
(*) Gesualdo is just an ordinary man with extraordinary energy. That, of course, is the intention. But he is a Sicilian. And here lies the difficulty. Because the realistic-democratic age has dodged the dilemma of having no heroes by having every man his own hero. This is reached by what we call subjective intensity and in this subjectively-intense every-man-his-own-hero business the Russians have carried us the greatest lengths. (…) No matter how much of a shabby animal you may be, you can learn from Dostoievsky and Tchekhov, etc. how to have the most tender, unique, coruscating soul on earth (…). And here you get the blank opposite, in the Sicilians. The Sicilians simply don’t have any subjective idea of themselves, or any souls (…). The Sicilian, in our sense of the word, doesn’t have any soul. He just hasn’t got our sort of subjective consciousness, the soulful idea of himself. (…) The Sicilians of today are supposed to be the nearest thing to the classic Greeks that is left to us: that is, they are the nearest descendants on earth. In Greece to-day there are no Greeks. The nearest thing is the Sicilian, the eastern and south-eastern Sicilian.
Phoenix: the posthumous papers of D. H. Lawrence, 1930
La Posen della mia infanzia deve essere stata una città singolare. Non avrei mai pensato di essere in Polonia, non ho mai sentito nessuno parlare polacco per strada, il polacco era proibito in pubblico, e anche a casa nostra non sentivo mai questa lingua, c’erano il viennese, l’accento di Königsberg e l’inflessione renana, ma neanche una sola parola polacca. Tutte le vie avevano nomi tedeschi, e anche il castello, a cui si arrivava dalla Sankt-Martins-Straße, era ovviamente un edificio tedesco.
*
Attraversarono l’Elba, la signora gli fece ripetere con calma tutte le informazioni, corresse, insistette con nuove domande, il treno entrò nella stazione centrale e quando si separarono Martin aveva una topografia della città solo frammentaria, ma al suo posto aveva avuto la sua prima lezione di dresdese: qui si attribuisce grande importanza ad un tedesco curato. “Dovremmo (sollten) scendere da davanti” – un tale invito suonerebbe troppo diretto, sarebbe inelegante rivolgersi a qualcuno così, specialmente quando si è appena conosciuto l’interlocutore. Qui si dice: “Si potrebbe (man möchte) scendere dalla porta anteriore”, e un quasi brusco “Scenderemo”, per non parlare di “Scendiamo da davanti”, a Dresda non sarebbe mai preso in considerazione.
Appena ebbe toccato per la prima volta il suolo di Dresda, aveva già imparato una nuova parola, quasi una parola straniera – non un’espressione dialettale, affatto. Vi arrivò piuttosto attraverso un buon tedesco, quando la signora con tutta naturalezza fece scivolare in una delle sue frasi un “Vorrei (wöllte)” e lì Martin capì cosa significhi conoscere il tedesco. Esitò ad ammettere che non aveva ancora mai sentito un “wöllte“, ma a Dresda sembrava essere così corrente, come se i bambini avessero imparato fin dalla prima elementare il Konjunktiv drei.
Marcel Beyer, Kaltenburg, Suhrkamp 2009
Beyer è nato a Württemberg, è cresciuto a Kiel, ha studiato a Siegen ed è vissuto a Colonia. Dal 1996 vive a Dresda.
Quando ci si mette a parlare con qualcuno per strada che sia stato testimone dell’epoca, entra subito nel discorso. Una volta stavo con un fotografo in Pirnaischer Platz e una signora anziana con le borse della spesa mi ha chiesto: “Che cosa fa? Poi ha subito proseguito: la Pirnaischer Platz prima aveva un aspetto completamente diverso”.
Non si tratta solo della distruzione visibile, ma anche della distruzione di un mondo cittadino. E questa distruzione è sempre stata in gioco tra le ideologie e lo è rimasta fino ad oggi. Quando si vede cosa succede nelle manifestazioni e nelle contromanifestazioni per il 13 febbraio, si potrebbe pensare che ogni anno si disputi il dominio sulla storia.
La Neue Zürcher Zeitung (NZZ) è sempre stata profondamente anticomunista.
Al punto da citare la Repubblica Democratica Tedesca sempre tra virgolette: la “DDR”, scriveva.
Anche alla NZZ toccò occuparsi del 9 novembre.
Ne affidò il compito al redattore della sezione esteri Georg “Schorsch” Brunold.
Brunold era esperto d’Africa.
Il suo articolo finì nella prima pagina del giornale, però a destra, ben lontano dalla notizia principale, in 20 righe, sotto il titolo: “Apertura di tutti i valichi del confine interno tedesco”.
Finito il lavoro, mentre stava per tornare a casa, Brunold fu fermato davanti all’ascensore da Felix Reidhaar, capo della redazione sportiva, che agitava l’edizione serale del giornale:
Reidhaar: “Schorsch, il muro è caduto!”
Brunold, imperturbabile: “Lo so”.
Reidhaar: “Ma non puoi stampare questo fatto epocale solo in un articoletto in prima pagina in una colonna di 20 righe”.
Brunold: “Ho ingrandito apposta il carattere di un punto per sottolinearne l’importanza”.
Reidhaar: “Non basta. Schorsch, il muro è giù!”
Brunold mormorò qualcosa di incomprensibile. Voleva entrare nell’ascensore.
Reidhaar: “Fermati. Devi cambiare subito il titolo per la seconda edizione”.
Brunold: “Ma non serve a niente”.
Reidhaar: “Fallo in due colonne”.
Nella seconda edizione le righe passarono a 40, le colonne a due e il titolo divenne: “Apertura del confine interno tedesco”.
Il giorno dopo, alla riunione di redazione, Brunold trovò unanime conferma che una colonna sarebbe bastata.
Dormire
respirare
fare poesia:
è quasi non criminale
HME
PV- Ha una spiegazione del fatto che i tedeschi hanno continuato a lottare così a lungo, così ostinatamente? Come si è prodotto, c’era una specie di fascinazione che lei evidentemente non ha subito? Come si può spiegare che hanno retto fino alla fine, nonostante la guerra di bombardamento, o forse anche a causa della guerra di bombardamento, così a lungo?
HME – Sa, queste sono domande piuttosto grosse, cui è difficile rispondere.
PV – Ma forse può spiegare perché non si riesce a rispondervi.
HME – In primo luogo sicuramente per tali cose non c’è una sola ragione, è spiacevole perché il mondo è troppo complesso, questo per ogni evento, per ogni grande evento che succede. Perché gli americani hanno fatto il Vietnam? Perché? È un esempio più piccolo, ma ci sono migliaia di esempi. E se ora cerca di spiegarla, questa assurdità, questa idiozia. E i movimenti di massa, l’entusiasmo, l’entusiasmo di moltissimi intellettuali, in Europa, per Stalin, per il comunismo: difficile da spiegare, tutto difficile da spiegare… si deve…
PV – Persino da parte di persone che sono andate nei gulag e ciò nonostante hanno detto “il partito ha sempre ragione”.
HME – Per questo possiamo assumere ora malvolentieri il ruolo di quelli che sanno e dire “perché i tedeschi sono sempre così, perché hanno questa tradizione di male terribile”. Conosciamo tutte queste spiegazioni, ma non bastano, vale a dire rimane sempre una lacuna in queste spiegazioni. Sappiamo, conosciamo l’assassinio degli ebrei europei: ci sono diverse teorie, l’abbiamo letto nei libri, tutti hanno tentato di trovare una spiegazione, però rimane una lacuna e non so come si dovrebbe colmare questa lacuna. Mi succede così per moltissime domande importanti, che resta sempre questo resto, e questo resto è in realtà addirittura determinante. E per questo io esito, voglio dire ci sono i profeti, non abbiamo bisogno di fare loro concorrenza, spiegano tutto, sanno tutto. Bisogna capire qualcosa a poco a poco, un poco qui un poco là: è già piuttosto ambizioso.
Questo è il secondo dei dialoghi sponsorizzati da RDF. Qualche anno fa ero ad una conferenza, nella parte delle domande finali, e di solito non mi vengono rivolte domande ostili se non quelle poste da gente religiosa, che si possono affrontare molto facilmente, ma poi mi è stata rivolta una domanda ostile che non era così facile da affrontare, era una domanda molto ingegnosa e difficile e ho pensato: Chi è questo qui? Si è rivelata come una di quelle domande del tipo “Sono ateo, ma”, che sono sempre le più difficili da trattare, ed era ovviamente Lawrence Krauss. Non l’ho trattato molto bene all’epoca, ma da allora siamo diventati amici stretti e ho un rispetto enorme per quello che sta facendo nel campo della divulgazione scientifica, il campo che da poco non esercito più. È un fisico illustre, autore di molti libri, si interessa anche di scienza in generale e della promozione della comprensione della scienza in generale. Si è recentemente trasferito in Arizona per avviare quella che ritengo essere un’iniziativa molto interessante. È direttore associato del centro Beyond e codirettore dell’iniziativa Cosmology e direttore dell’iniziativa Origins all’università dell’Arizona. Quindi lo studio delle origini, le origini di tutti i tipi, dalle origini dell’universo alle origini della vita e di qualsiasi cosa possibile, che iniziativa incredibilmente entusiasmante da avviare all’università. Sono felicissimo che Lawrence oggi ci parli. Vi prego di dargli il benvenuto.
*
In principio Dio creò il cielo e la terra. Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.
Bibbia, Genesi
*
Cosa faceva Dio prima di fare il cielo e la terra?
Un vanitoso
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Come gli venne l’idea di fare qualcosa, mentre prima non aveva fatto mai nulla?
Un altro vanitoso
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Alle suddette domande un berbero, in italiano moderno un extracomunitario, risponde togliendone il presupposto stesso, eliminando cioè la nozione di “prima” rispetto alla genesi del mondo e, non senza una punta di stizza, facendo cominciare il tempo assieme allo spazio:
Concedi loro, Signore, di riflettere bene a come parlano, e di scoprire che non si parla di un mai là dove non esiste tempo. Dire: “Non aveva fatto mai nulla”, non equivale forse a dire che non aveva fatto nulla in nessun tempo? Comprendano quindi che non esiste alcun tempo senza creato, e cessino di dire vanità come queste. Volgano la loro attenzione anche verso le cose che stanno innanzi, e capiscano che tu sei prima di tutti i tempi, eterno creatore di tutti i tempi; che nessun tempo è coeterno con te, come anche nessuna creatura, sebbene ve ne siano di superiori al tempo.
Grazie. Riuscite a sentirmi ora? Riuscite a sentirmi ora? Ok, bene. Grazie, Richard. Veramente, lasciatemi dire che la mia amicizia con Richard è stata speciale in molti sensi, ogni volta che stiamo assieme mi fa pensare in modo leggermente diverso, spero che valga vicendevolmente, ed è un vero piacere, un onore essere qui. Richard mi ha chiesto di parlare di cosmologia e quando ho spiegato alla signora dell’organizzazione quello di cui avrei parlato e ho proposto diversi titoli, lei ha pensato che fossero deprimenti e allora ha detto: perché non “Siamo tutti fottuti”?, ma ho deciso di non usare quel titolo.
Ho messo questa citazione qui, mi piacciono le citazioni quando introduco qualcosa da leggere, mi è in qualche modo utile:
Il mistero iniziale che accompagna ogni viaggio è in primo luogo come il viaggiatore ha raggiunto il suo punto di partenza? – Louise Bogan, Viaggio intorno alla mia stanza.
Voglio parlare della nostra moderna visione della cosmologia e del modo in cui ha cambiato la nostra visione dell’universo, del passato e del futuro e in qualche modo del modo in cui questa visione è chiaramente straordinaria e molto più straordinaria che nelle fiabe inventate nelle situazioni più religiose. Ma il punto chiave è il mistero. Questa è una delle cose che rende la scienza così speciale, credo: è il fatto che la scienza ama i misteri, agli scienziati piace non sapere, è la parte cruciale della scienza, l’entusiasmo di imparare com’è l’universo. E poi, di nuovo, è così diverso dall’aspetto sterile della religione, dove l’entusiasmo sembra essere quello di sapere tutto, nonostante chiaramente non si sappia niente. Questa è una delle ragioni per cui ho messo qui questa citazione.
*
Il Catechismo della Chiesa Cattolica riconosce i contributi fondamentali della scienza, salvo però omettere di trarne le conseguenze per ritornare ancora e sempre al Creatore, al quale – con la finezza di ragionamento non privo di ironia di cui solo chi resiste temporalmente da millenni è capace – gli studiosi dovrebbero essere grati:
“La questione delle origini del mondo e dell’uomo è oggetto di numerose ricerche scientifiche, che hanno straordinariamente arricchito le nostre conoscenze sull’età e le dimensioni del cosmo, sul divenire delle forme viventi, sull’apparizione dell’uomo. Tali scoperte ci invitano ad una sempre maggiore ammirazione per la grandezza del Creatore, e a ringraziarlo per tutte le sue opere e per l’intelligenza e la sapienza di cui fa dono agli studiosi e ai ricercatori”.
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Alcune fiabe però sono più belle di altre. I Fulbe del Mali, ad esempio, un popolo di pastori, la vedono così:
Nella stessa pagina si dice anche che i Pangwa della Tanzania credono che il mondo sia nato dalla cacca delle formiche.
*
Ne approfitto per dire a quelli che cercano il commento a No man is an island che non mi pare serva un commento e che comunque qui non lo troveranno mai. E posso dire mai perché c’è il tempo.
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Voglio parlarvi di un racconto del mistero.
Ammasso globulare 47 Tu (eso.org)
Ora abito a Phoenix e la gente sa cosa sono queste, ma quando vivevo a Cleveland dovevo dire alla gente che queste erano stelle. Questa è una fotografia di un ammasso globulare ed è una cosa bellissima in una bella notte di cielo terso, ma quello che voglio dirvi è che la nostra visione ha cambiato il nostro universo così tanto che la materia veramente importante non sono le stelle e le galassie, ma la materia che non potete vedere, la materia misteriosa che domina la natura. È un racconto del mistero, quindi cominciamo.
Era una notte buia e tempestosa…
*
Gli ammassi globulari sono ammassi relativamente densi di centinaia di migliaia di stelle sottoposte a gravità, in continuo movimento, un po’ come api attorno ad un alveare. Data la relativa densità, qualche volta, ogni qualche milione di anni, le stelle che li compongono si scontrano, qualche volta qualcuna sfugge all’ammasso, più spesso si possono sfiorare. Alcune sono vecchissime, solo qualche centinaia di milioni di anni meno vecchie dell’universo. Sono oggetti privilegiati di studio per capire come si sono formate le galassie. Recentemente si è scoperto che possono contenere diverse generazioni di stelle, composte da materiali diversi, con proprietà chimiche diverse: è il caso ad esempio di NGC 2808.
*
Tante stele lontane
e dute sensa pase:
le va le va per strade vane,
dolorose e le tase.
L’imensità le ingiote
in distanse infinite
e le sprofonda site
in senpre nove note.
E nissun le consola
nissun le ferma un sol momento:
danàe le porta el vento
che no’ sa dî parola.
Un velo selestin de bisso
ne fa da paravento
ne salva dal spavento
che dà l’eterno abisso.
Ma infin la note ne disperde
tra note e dì ne l’aria:
in un’ora solitaria
smore la tera verde.
Biagio Marin, Quanto più moro (1969)
Biagio Marin, Poesie, Garzanti
Tante stelle lontane/ e tutte senza pace: / vanno e vanno per strade vane, / dolorose, e tacciono. // L’immensità le inghiotte / in distanze infinite / e sprofondano zitte / in sempre nuove notti. // Nessuno le consola / nessuno le ferma un solo momento: / dannate le porta il vento / che non sa dire parola. // Un velo celestino di bisso / ci fa da paravento / ci salva dallo spavento / che dà l’eterno abisso. // Ma infine ci disperde la notte / fra notte e dì nell’aria: / in un’ora solitaria / smuore la terra verde.
*
Einstein ha sviluppato la teoria della relatività nel 1916, un periodo interessante perché lui aveva sviluppato questa teoria, che era la prima teoria che spiegava non solo come gli oggetti si muovono attraverso lo spazio, ma anche come lo spazio stesso potesse espandersi e ed essere dinamico, una teoria importante sulla presenza della materia, ed era bellissima, e lui in qualche modo sapeva di avere ragione, ma all’epoca era in contrasto con le osservazioni, il che dava fastidio ai fisici in passato, e l’osservazione era che l’universo era stabile ed eterno, quella era la saggezza convenzionale, nella scienza all’epoca, che l’universo c’era da sempre e che per sempre ci sarebbe stato. E la sua teoria discordava da questo perché la teoria della relatività generale soffre dello stesso problema di cui soffre la gravitazione di Newton: la gravità attrae, attira e non spinge mai e se si mettono le stelle e le galassie là fuori, non restano semplicemente là, la gravità crea un’attrazione dell’universo che le tira assieme. Allora ha cercato di immaginare cosa fare ed è stato capace di modificare leggermente la sua teoria, in modo coerente con la simmetria matematica che gli ha consentito di svilupparla. Voglio mostrarvi come l’ha fatto con delle equazioni, che è una cosa che va bene di mattina alle 9 e 45, ma ne ho molte forme pratiche qui:
Equazioni di Einstein
parte sinistra = parte destra
Questo è per i biologi. No, sto scherzando. Ma non è del tutto finzione perché la parte sinistra dell’equazione vi parla della geometria dell’universo, del modo in cui le cose sono curve in presenza della fonte della curvatura, che in questo caso è l’energia-momento dell’universo:
curvatura = energia-momento
Bene. Sono in realtà un fisico teorico, per cui devo scrivere le robe giuste, con le lettere, è molto più illuminante per voi, ne sono sicuro:
ma questa era la teoria che non funzionava, che rappresentava l’universo in cui non vivevamo, o così pensavamo, e così è stato in grado di modificarla un po’ aggiungendo un termine supplementare nella parte sinistra, che chiamò il termine cosmologico:
Questo termine nella parte sinistra produce una piccola forza repulsiva nello spazio vuoto, così piccola da non alterare le leggi di Newton, che descrivono benissimo il moto dei pianeti attorno al sole – e lui non voleva distruggere questo – così piccola da non essere mai misurabile nel sistema solare, ma da poter diventare rilevante su scala galattica e mantenere le galassie distinte e questo è il modo in cui pensiamo che ha salvato la sua teoria. Poco dopo aver introdotto questo termine, è stato chiaro che c’era un problema.
*
*
I- Mf = Nc
where
I is Italy
Mf is the mess factor
Nc is a normal country
*
Questa è una cartolina che ho avuto quando sono stato in vacanza in Svizzera, a Zurigo, ed è una cartolina di Einstein a Hermann Weyl, che era un fisico matematico molto famoso, ed è in tedesco, e sicuramente il vostro tedesco è migliore del mio, ma – è già il 1923 – dice già: “Se ci sbarazziamo di un universo quasistatico, che ce ne facciamo della costante cosmologica?” (“Wenn schon keine quasistatische Welt, dann fort mit dem kosmologischen Glied“), perché capì che se l’universo si sta veramente espandendo, che è quello che ora sappiamo e vi parlerò del modo in cui siamo venuti a saperlo, allora non si ha più bisogno di una costante cosmologica. Se l’universo si espande, la gravità può al converso attrarlo, rallentarne l’espansione, e la grande domanda della cosmologia del XX secolo diventò: c’è abbastanza gravità da fermare l’espansione? Quando finirà l’universo? Finirà con uno schianto o con un lamento? Con un big crunch, l’opposto di un big bang, o si espanderà per sempre? E questo è il motivo per cui io, in quanto fisico delle particelle, sono finito nella cosmologia, perché volevo essere la prima persona a sapere come il mondo finirà.
Su edge.org c’è una recente intervista a Frank Schirrmacher sulle piattaforme informatiche viste come sistemi socio-biologici che ricalcano tre dei principali concetti del XIX secolo: il taylorismo (multitasking), il marxismo (libertà di contenuto, diritto d’autore) e il darwinismo (algoritmo di ricerca e information foraging). Schirrmacher si interessa ad esempio all’ipotesi – formulata da George Dyson – che il prezzo delle macchine che pensano sia che gli uomini non pensino più, osserva il modo in cui il cambiamento delle nostre strutture cognitive è un processo che alla fine miscela macchine ed umani, ed è affascinato dall’idea presentata un decennio fa da Danny Hillis per cui a lungo andare internet arriverà ad essere un’infrastruttura più ricca, in cui le idee possono potenzialmente evolvere all’esterno delle menti umane.
Dice, tra l’altro:
Come sappiamo, le informazioni sono alimentate dall’attenzione, così non abbiamo abbastanza attenzione, non abbiamo abbastanza cibo per tutte queste informazioni. E, come sappiamo — questo è il vecchio pensiero darwiniano, il momento in cui Darwin iniziò a leggere Malthus — quando c’è un conflitto tra un’impennata di popolazione e penuria di cibo, inizia la selezione darwiniana. E i sistemi darwiniani iniziano a cambiare le situazioni. E così quello che mi interessa è che, grazie ad internet, stiamo entrando in una fase in cui le strutture darwiniane, la dinamica darwininana, la selezione darwiniana sembra attaccare le idee stesse: cosa ricordare, cosa non ricordare, quale idea è più forte, quale idea è più debole.
E ancora:
Da quello che so, (i politici) ora sono molto interessati, ad esempio, al rango delle pagine di Google, al modo in cui, tramite sistemi matematici, si possano ad esempio creare informazioni a cascata come una specie di sovraccarico di informazioni artificiali. E, come sa, questo si può fare. Semplicemente, non siamo preparati a questo. E non è che sia troppo presto. Alle ultime elezioni, per la prima volta, abbiamo avuto dei blog in cui si poteva vedere l’avvio di creazione di cascate di informazioni, non solo con esseri umani, ma anche con BOTs e altra roba. E questo è solo l’inizio.
Nell’intervista, ricchissima di spunti di riflessione, c’è anche un rimando al saggio di George Dyson “Turing’s cathedral“. Dyson, visitando Google, scoprì che non stavano digitalizzando i libri per i lettori umani, ma perché fossero letti dall’intelligenza artificiale.
E io che mi sentivo già piccola e fessa girando per biblioteche e librerie.
Lavoravo sul balcone ad un piccolo tavolo rotondo di metallo bianco, un tavolo da giardino, con i quaderni e le pagine in corso. Quel giorno, Anna Livia è allungata sulla sdraio, legge Petrolio di Pasolini. Il libro è arduo, dice, “non sexy”, ma l’Italia tutta intera vi si precipita in frasi: è là, nell’incompiutezza stessa del libro, nel suo cantiere di rovine.
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Anna Livia: ”Il libro di Pasolini non è finito, esattamente come l’Italia: mai l’Italia è stata finita. Nel libro, si vedono le banche, le famiglie, il sesso, il mondo degli affari. Il mondo degli affari prende il controllo del Paese decomponendolo. La decomposizione, è questa che regna sempre al meglio. Niente è più potente della decomposizione. Nel libro, l’Italia è descritta prima come terreno vago, poi come cantiere, infine come traffico. Si vede bene come l’Italia, ad un certo momento della sua storia, fosse in vendita. Lo è senza dubbio ancora, come tutti i paesi: al migliore offerente. Non cessa di essere acquistata e rivenduta. È il destino di quello che si chiama un paese? Si vede bene, leggendo Petrolio, come un paese si negozi. Come l’idea stessa di paese sia morta. Un paese, questo non esiste più. Non so se sia meglio o meno. Siamo già oltre.”
Il 9 novembre di sedici anni fa è crollato lo Stari Most, il ponte vecchio di Mostar.
Credevo fosse assodato chi e in quali circostanze lo ha fatto crollare.
Non esattamente, almeno non con una sentenza passata in giudicato: c’è un’accusa del Pubblico Ministero del Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia (atto d’accusa iniziale contro Prlić et al. del 2 marzo 2004, comprendente 26 capi d’accusa – caso numero IT-04-74-T), c’è una testimonianza di un esperto basata su filmati della TV ORF2 e della TV Mostar (“È altamente probabile che il ponte sia stato distrutto da una carica esplosiva”, pagina 30076, udienza del 30.06.2008) e ci sono molti, molti atti, ma il processo, nel suo complesso, non è ancora concluso.
Molte cose bruciate
dai tormenti del tempo
dai tormenti del proprio corpo -
Quello che resta
sembra poco
Ecco che però si separa:
O la capacità
di portare ancora il bicchiere alla bocca
di eliminare per tempo
l’immondizia
di trovare la posizione a letto
che tiene lontano per alcuni minuti
il fastidio del dolore
Forse persino di lottare
contro l’arte
contro l’odore di malattia -
altrimenti niente
Oppure
vedere
e poi e quando associare
alcuni impellenti
lunghi fili di pensieri
strofe di Hölderlin
alla Marsigliese
frasi di Hegel e Marx
o di Bloch e Schönberg
al vento autunnale del bosco vicino
o anche ad alcune delle parole
che hanno attribuito all’ebreo
Gesù di Nazareth
In mezzo, immagini:
Rosa, Ulrike, Rudi,
l’arcivescovo Romero, il Che, le ombre dei senza nome
e il fumo di Auschwitz
e la luce di Hiroshima
Rimangono parole
sensazioni
pensieri
conoscenza e paura
Rimane rabbia e resistenza
e nessuna requie
E rimangono desideri
e desideri semplici per l’uomo
(per chi sta molto vicino e lo sconosciuto)
e speranze per il futuro
Qualcosa resta
dopo il proprio rimanere
Tutto il mondo deve restare -
Prima di tutto non è stata una rivoluzione. La retorica eroica di quelle settimane era uno stile tipicamente DDR mescolato ad una nota cristiana, aveva odore di sacrestia. Mi dà fastidio. Ancora oggi c’è gente orgogliosa di questa presunta “rivoluzione pacifica”. È una cosa idiota. Non è stato un colpo di stato e non è stata una rivoluzione, è stata un’acquisizione burocratica, in parte ostile, di un’azienda di nome DDR che economicamente, militarmente e moralmente era in bancarotta. L’azienda BRD, in questi settori leggermente più solvente, l’ha acquisita e, come in tutte le acquisizioni di fabbriche, è un po’ cambiata. Perché la vecchia Bundesrepublik poi non è più esistita. Chiaramente così non può nascere da nessura parte un sentimento eroico, di cui i giornalisti stranieri spesso sentono la mancanza. L’eroismo – in senso classico – può esserci solo a seguito di un’azione eroica. Non mi dispiace che non si sia versato del sangue, ma c’è il vecchio adagio: le nuove leggi sgorgano dal sangue rappreso delle rivoluzioni. Quando manca il sangue, arriva qualcosa di indistinto, e il legislatore vi si adatta fino ad oggi con leggi speciali per l’est. E da alcuni anni arriva nella vecchia DDR qualcosa di altamente preoccupante: una rappresentazione storica falsificata, da cui nasce una specie di cadavere ideale. Una DDR senza ordine di sparare, senza prigionieri politici, circondata dal muro come da una membrana permeabile.
Dopo quattro anni che non ci vediamo, fatti solo di qualche telefonata, qualche lettera, qualche libro spedito per posta, ci si parla, ci si ascolta, ci si ritrova come fratelli camminando per P. (e P. sta lì per caso e potrebbe anche essere Pieris, tanto che non fa neanche da scenario, sparisce, non ci serve).
Ci si abbraccia una volta, all’improvviso, in mezzo alla strada.
Si prosegue, si arriva su un ponte. Ci si ferma.
A quel punto G. mi guarda e mi dice:
Se ora arrivasse qui Bruno Vespa, ci direbbe:
“Ma voi due che parlate e parlate, in fin dei conti, in che cosa siete meglio di me?”
Se non c’è un verso di Rambò o se non compare nemmeno una volta il suo nome, non glieli pubblicano neanche: la poesia di Rambò, l’arte di Rambò, il silenzio di Rambò, le parole di Rambò, un nuovo Rambò, la vita di Rambò, fino ad arrivare al virtuosismo della rambotudine, che è quello di piazzare Rambò a caso nel testo o al posto dei punti o delle virgole.
Se non c’è un classico con cui misurarsi per trovarvi la Verità, poi, mi sa che non varcano nemmeno la soglia delle case editrici. A dire il vero, sarei veramente ingiusta e generalizzerei eccessivamente se non ammettessi l’esistenza di romanzi che non cadono nell’errore di sfruttare un classico senza aver nulla da raccontare. Esistono, esistono, e in effetti questi, di classici, ne sfruttano due. Ne ho trovato uno che campa per pagine e pagine solo su Odissea e Moby Dick. E il suo autore non si limita a scrivere Omero o Ulisse o Ismaele o Achab qua e là, no, si inventa addirittura uno che, per riappropriarsi della propria vita, un lunedì decide di non andare più a lavorare e si mette a leggere Moby Dick tutto il giorno e a discutere di Ulisse e delle sirene, a fare l’amore con una che ha il tatuaggio della balena appena sopra il sedere e a reinterpretare i due classici per farceli capire per la prima volta:
il viso dei mostri, che annuncia la macelleria mondiale rambò
se rifiuta di essere immortale, è perché vuole continuare a vivere tutto, a sentire nel suo corpo l’infinità delle sensazioni rambò Se accettasse di essere immortale, vivrebbe in un oblio perfetto rambò E lui non vuole perdere la memoria rambò
(rambò rambò rambò)
Ulisse rifiuta di essere immortale per preservare la memoria – vale a dire raccontare rambò
fino al tripudio combinatorio:
Ulisse, per entrare a Troia, fabbricò una balena bianca rambò